
A guardarlo, mica gli dai 68 anni. Volto giovanile, fisico tozzo («vabbè
un po’ di pancia l’abbiamo tutti»),battuta pronta. Se poi gli metti un
microfono in mano l’età scende, fino a farlo tornare ragazzino: i Sessanta o giù
di lì, formidabili quegli anni. E lì Tony Vadilonga,
cagliaritano verace, è rimasto: ma non per nostalgia o rifiuto di seguire le
mode musicali ma perché c’era il rock’n roll. Che irrompeva sulla scena e
svecchiava la musica romantica e imbalsamata.
E lui, Tony, che fa? Non resiste alla tentazione e si butta nella mischia.
Anzi lo buttano: «Avevo 18 anni e con un gruppo di amici vespisti
andammo a fare uno spuntino alla festa di Sant’Efìsio, a Pula. C’era un gruppo,
i Portoghesi, facevano rock e musica leggera. Mi chiamarono sul
palco e attaccai “Tuttifrutti” e conclusi rompendo il microfono. Non erano
abituati a questi exploit. Il giorno dopo vennero a cercarmi al posto di lavoro
per propormi di entrare nel gruppo».
Da quel giorno del 1955 molte cose sono cambiate ma alcune no: il lavoro è
sempre lo stesso (vende prodotti ittici al mercato di San
Benedetto, è il re del gambero), l’amore per la musica pure.
Soprattutto non ècambiata la sua onestà, la sua passione genuina per cantare e
suonare di fronte
al pubblico.
A sfogliare l’album dei ricordi di Tony Vadilonga s’incrocia la storia del
beat sardo, quel fare musica che combaciava con il
divertimento. E soprattutto s’incrocia la storia dei
Mamuthones, il gruppo sardo più longevo di cui Tony è
fondatore e leader. I suoi successi sono ancora oggi nelle orecchie di tanti:
ZiaAllicca, Issu a issa, Cagliari cha cha cha, Su topi, La strada
nel bosco, O lelè spesarì.
Ironia e goliardia, ritmo e limba.
«Sono il primo ad aver cantato il rock in sardo».
Avevano una divisa rossa e una maschera dei Mamuthones sul
collo, giravano le piazze dell’Isola
con un repertorio di ballabili, animando feste e serate in
locali. «Nessuno possedeva la macchina, si andava in corriera o in
camioncino. Una volta si guastò e tornammo a piedi, da Sinnai,
con gli strumenti in spalla».
Altri tempi. «0gnuno si comprava il proprio strumento; prove in
una cantina di Monserrato due, tre volte la settimana dopo il
lavoro, sabato e domenica sul palco. Il giorno dopo, alle 4 del mattino, ero già
al mercato all’ingrosso. Non lo si faceva per i soldi ina per la voglia di
cantare e confrontarti col pubblico». Si lanciava in cose matte, Tony.
«La mia specialità era il salto mortale all’indietro e, naturalmente, la
spaccata. Un passo e mezzo, poi la piroetta in uno spazio ristretto. Facevo
atletica leggera, ero fisicamente in forma»
.
Oltre il canto, il ballo. «Da autodidatta, nessuno mi ha insegnato nulla.
Andavo a vedere i film di Gene Kelly quattro volte di seguito, entravo al cinema
alle 3 e uscivo di notte, poi quei passi li provavo e riprovavo a casa. Copiavo
i classici che poi trasformavo nelle mie performance rock. Ad un concorso di
twist vinsi il primo premio, una Lambretta. Insomma, un po’ di talento
c’era…».
Ha tenuto a battesimo Pino Montalbano e Mario Fabiani, ha fatto ballare
migliala di persone. «Allora la gente si divertiva. E si scatenava. Adesso
no, il pubblico risponde poco. I gruppi ci sono, e pure bravi, io vado a
sentirli i giovani ai baretti o nei locali ma i tempi sono diversi». Eppure
Tony non molla. «Qualche serata, quando capita. Vado a ballare al Setar. Poi
c’è mia figlia che ha preso il testimone, canta nelle Ragazze italiane».
Rimettere in piedi i Mamuthones? «Difficile, i
compagni di allora sono tutti impegnati: medici, dentisti, insegnanti,
Commercialisti». E farlo coi giovani? «Difficile lo stesso, non hanno
voglia di provare, chiedono subito soldi». Rimpianti, allora? «No,
nessuno. È stato tutto bello e divertente. Quello che ho fatto lo rifarei»,
(s.n.).
Tratto da “L’Unione Sarda” del 22 agosto 2005.
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