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Progetti solisti

H Band

A cura di Marina

Pubblicato il 17/06/2004

L'anima piu' intimista di H

foto intervento

Per mettere a punto il suo primo album solista il cantante dei Marillion ha riunito attorno a sé musicisti dai background più disparati: Richard Barbieri (Japan e Porcupine Tree) alle tastiere, David Gregory (XTC) alla chitarra, Clem Burke (Blondie) alla batteria, Chucho Merchan (Eurythmics) al basso e Luis Jardim (che ha lavorato, tra gli altri, con Trevor Horn e Grace Jones) alle percussioni. Quel che ne esce è un disco d’atmosfera che va ascoltato ripetutamente per poter essere assimilato in tutte le sue sottili sfumature.
Pochi i pezzi movimentati: ‘Really Like’, ritmata e accattivante, ‘You Dinousaur Thing’, ammiccante al rock statunitense già esplorato in ‘Paper Lies’ e con un riff modello Bryan Adams (anche se l’effetto generale è più incisivo e convincente), e ‘Until You Fall’, ispirata agli U2 ultima maniera. Prevalgono invece i toni soft, spesso con abbondanti citazioni gabrieliane. Avviene così in ‘Cage’, gioiellino sperimentale e ipnotico dalle atmosfere oscure tipo  ‘No Self Control’ (slow version) o ‘Lay Your Hands On Me’ in cui lo stile di Barbieri trova ottimo gioco, oppure in ‘The Deep Water’, per la verità un po’ noiosa fino a quando non acquista velocità arricchendosi  di percussioni e sonorità etniche che potrebbero appartenere a ‘Passion’. Non mancano poi umori tardo-beatlesiani (un altro degli amori musicali di Steve Hogarth), come ad esempio nella opener, il cui testo spalanca le porte direttamente sull’inconscio del musicista esplorando (come già accadde nel bushiano ‘The Red Shoes’) quel suo lato oscuro consacrato all’Arte che lo dilania costringendolo ad una continua tensione emotiva.
E i Marillion? Affiorano qua e là in tutto il disco, ma in maniera molto discreta. Sono maggiormente udibili in ‘Better Dreams’ - brano molto etereo (ma troppo lungo!) simile alla marillica ‘Memory Of Water’ e caratterizzato da un’intensa lirica - e nella splendida ‘Nothing To Declare’. Quest’ultima è, a mio avviso, la canzone migliore dell’album: vagamente ricalcante la linea melodica di ‘The Party’, pure se non esente la lievi ‘contaminazioni’ alla How We Live, in ogni sua nota esprime la lacerazione interiore che accompagna la rievocazione di un “arrivederci!” che si teme sia stato in realtà un “addio!”. Una disperazione dai toni musicali prevalentemente quieti, con qualche impennata che si stempera, alla fine, in quella sottile malinconia marillica tipica dell’era Hogarth.
Insomma, questo Genio del Gelato ha spiazzato tutti con un lavoro dallo stile sicuramente inatteso, che dimostra nuovamente la sua volontà di rimettersi ogni volta in discussione, di reinventarsi daccapo per paura di restare per sempre ‘catalogato’ in questo o quello stile. Un atteggiamento del resto comprensibile per uno che, pure dai solchi del nuovo lavoro marillico, si professa un “man of a thousand faces”...

Cinque  dopo e' uscito anche un live, a testimonianza del breve tour europeo del 2001, in cui la band si produce anche in alcune cover di Jeff Buckley, David Bowie, XTC, Paul McCartney, 10 CC, Elvis Costello, Tim Buckey, Fleetwood Mac, Pink Foyd e, naturalmente, Marillion ('Estonia' e 'This Is The 21st Century').

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