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By Marillion di Marina
URL: http://guide.dada.net/marillion/interventi/2004/06/164843.shtml
Marillion di Marina guida dal 23-06-2004
Il cantante racconta il primo incontro e i primi giorni con la band
“Beh, la band di cui facevo parte, ‘How We Live’, si sciolse e così ero veramente indeciso se lasciare il business della musica o meno perchè ne avevo le scatole piene. Non ero stufo della musica, ma del business e mi sentivo deluso. Al tempo stesso avevamo messo in vendita la casa. Eravamo intenzionati a spostarci al Nord, comprarci un cottage nel più totale isolamento e così avrei vissuto una vita tranquilla, lontano da tutto”.
“Almeno, quello era il piano. E mentre vendevamo la casa ho pensato di arrotondare un po' e di mettere da parte qualche cosina con cui campare, per cui andai dal mio publisher, Rondor, e gli chiesi: “C’è nessuno che può pensare a qualcosa da farmi fare?””.
“Hanno un piccolo studio nel sotterraneo dell’ufficio di Londra e siccome avevo fatto un po' di engineering, pensavo che avrei potuto rendermi utile per l’engineering di sessions di altra gente o cose simili; oppure come dattilografo, perchè, sai, io so dattilografare [risate]! Oppure, che so, pulire i pavimenti!”.
“A quei tempi il General Manager della Rondor era un tizio di nome Alan Jones. Era intorno al periodo di Natale e lui era stato in giro a festeggiare per cui era sdraiato a faccia in giù sul divano, lamentandosi e cercando di smaltire la sbronza. E’ stato lui ad alzare il capo ed a dirmi che i Marillion stavano cercando un cantante e di inviare loro un nastro. E così feci . 'Kingdom Come’ c’era sicuramente, e probabilmente ‘Games In Germany’ da ‘Dry Land’[pausa]. Se dovessi mandar loro un nastro adesso, alla luce di ciò che ho imparato di loro, sicuramente gli manderei ‘Kingdom Come’, ‘Games In Germany’ e forse ‘Burning Inside You’ dall’album ‘Recurring Dreams’, ma sinceramente non ricordo quali altre canzoni erano sul quel nastro che mandai loro”.
“Così inviammo il nastro; era verso la fine dell’88. Andai nello Yorkshire per trascorrere il Natale e girammo per il Derbyshire alla ricerca di una casa. Trascorso il Natale tornammo nel Surrey e tutt’a un tratto squillò il telefono. Era Matt Johnson dei The The che voleva sapere se ero disposto ad andare con loro in tour, un tour mondiale; avrei suonato il pianoforte.
Giusto dopo aver detto: “Basta, ne ho avuto abbastanza di tutto questo. Voglio starne fuori” c’è uno al telefono che mi offre un tour. E pensai che fosse una buona idea, mi sembrò una cosa divertente, sarei potuto rimanere seduto in fondo, fare gli assoli al piano, tenere giù la cresta, nessuna responsabilità, nessuna pressione, fare il gig, divertirmi, vedere il mondo - perfetto! SI! Lo faccio! Pensavo che, beh, se dovevo restare nell’ambiente della musica, la cosa migliore per me in quel momento era di fare qualcosa che mi divertisse senza dover avere idee o prendersi il peso di essere una guida, la forza della band; dovevo solo essere pressappoco l’ultima ruota del carro, stare lì rilassato nel vagone ristorante del treno e farmi portare. La cosa mi attraeva”.
“Ero appena immedesimato in questo quando squillò nuovamente il telefono ed era il management dei Marillion, che voleva sapere se sarei stato d’accordo ad incontrarli per cantare e fare un po' di jamming. Ero un po' scettico perchè l’ultima cosa che volevo era di tornare al centro del palco col tutto il da farsi che avrebbe comportato. E mi hanno dovuto telefonare un altro paio di volte per convincermi ad un incontro! In seguito ho deciso di andarci e una domenica andai a casa di Pete. Penso che mi sono piaciuti subito. Mi son piaciuti molto di più di quel che pensassi ma non perchè pensavo che non mi sarebbero piaciuti affatto; solo che non pensavo che mi sarebbero piaciuti così tanto, ecco! E non avevo mai incontrato quattro musicisti, ma nemmeno uno o due, così rilassati e così facili da andarci d’accordo, così poco atteggiati ed eccentrici. L’unico con cui non andai subito d’accordo, o meglio con cui non mi sentii al mio agio, era Mark. L’ho trovato un po' più difficile. Credo solo sia una di quelle cose che non si possono spiegare. Ironia della sorte, più passava il tempo e più mi sono avvicinato a Mark che agli altri. Strano come accadono le cose. Ma mi hanno fatto tutti una buona impressione fin dall’inizio. Avevamo montato dell’attrezzatura a casa di Pete ed abbiamo fatto un jam. Avevano detto: “Noi suoniamo qualcosa e tu prendi il microfono e canta qualsiasi cosa ti passa per la mente””.
Poi mi diedero un testo scritto da John Helmer e così presi il microfono ed incominciai ad urlare e loro suonavano. E nacque ‘King Of Sunset Town’; dopo circa 15 o 20 minuti che suonavamo insieme, la canzone prese ‘forma’. Ho riscritto la maggior parte delle parole in un secondo momento ma il significato, l’essenza della canzone, era già lì dopo solo 1 ora che eravamo assieme! Era subito evidente che avremo lavorato insieme, creativamente sotto molti aspetti era privo di sforzi”.
“Era una cosa affascinante, specialmente l’album ‘Seasons End’, il processo iniziale della stesura dei testi era come andare in discesa, molto scorrevole, sotto molti aspetti. Le idee venivano con facilità e l’album venne scritto molto rapidamente. I ragazzi avevano già molto della musica scritta perchè per 6 mesi non avevano avuto molto da fare se non fare jamming. E suppongo che ero un po' creativamente frustrato in quel periodo, quasi alla disperazione, per cui è stato un bel sollievo per me questa cosa”.
“Direi che ci trovammo in una specie di frenesia creativa durante la stesura di ‘Seasons End’. L’abbiamo scritto molto velocemente e capimmo subito che avrebbe funzionato. Penso che alla gente sia servito più tempo per capire ciò che noi abbiamo capito in poche ore, e cioè la magia. Ritengo che già era nel tour prima che la gente cominciò a pensare che poteva essere meglio di quello che è, almeno buono come i precedenti”.
“Mi trovavo in un contesto molto particolare durante quel primo tour, perchè ovviamente capivo che ero un rimpiazzo. La cosa positiva fu che ero completamente diverso da Fish in tutto e per tutto, sia per la nazionalità, sia fisicamente e per come la penso, non potremmo essere più diversi. Ho ammirato molto la saggezza che la band ha dimostrato non cercando di rimpiazzarlo con qualcuno simile. Sarebbe stata la loro fine considerando che avrebbero potuto facilmente tirarsi indietro e avrebbero potuto cercare qualcuno che imitasse Fish, che fingesse di essere lui. Sarebbe stato un grosso errore, un errore molto grave. Ammiro il fatto che hanno avuto la forza di ‘reinventarsi’, trovando qualcuno in cui credevano personalmente e partire da lì per vedere come sarebbe andata a finire”.
“Il primo tour in un certo senso è stato snervante ma in un altro è stato molto gratificante perchè ho potuto vedere il modo in cui pian piano gli spettatori incominciavano ad accettarmi serata dopo serata, ovunque andassimo”.
“Non mi è mai successo, a fine serata dopo un gig, di lasciare il palco con una sensazione di ostilità da parte di qualcuno. Salivo sul palco oggetto di curiosità e di un po' di cinismo superficiale e vedevo che man mano questi si scioglievano brano dopo brano, e dopo la terza canzone vedevo che la gente si riscaldava. Sentivo che avevano accettato la cosa e questo è stato molto gratificante”.
“Al tempo stesso mi sentivo molto limitato in merito a ciò che potevo fare come ‘performer’. Non potevo stare su quel palco come se fossi il padrone, cosa che oggi faccio perchè è il compito del frontman, quindi il mio compito”.
"E' stato tutto programmato. Pensavo che fosse molto importante in un certo senso. La musica suggeriva un approccio simile; ‘Sunset Town’ ha un intro così lungo che, per prima cosa, diede un senso al fatto d’aver iniziato il set con quella canzone e per secondo era logico far salire loro quattro per prima sul palco perchè pensavo che, beh, in fin dei conti era la LORO band e avevano attraversato tempi duri con Fish che li ha piantati e pensavo che fosse giusto che i LORO fans gli dessero il bentornato prima ch’io fossi coinvolto. Veramente è stata mia l’idea di non salire sul palco subito assieme a loro in modo tale che potessero dire ‘ciao’ ai loro fans così com’erano prima ch’io arrivassi; è stata un insieme di tutte quelle cose”.
“E, naturalmente, quando abbiamo fatto ‘Holidays In Eden’ è stato fatto il contrario: sono salito prima io sul palco da solo e cominciai a cantare ‘Splintering Heart’ e poi salirono gli altri. In questo modo bilanciammo le cose, e così via anche nei tour successivi. Con ‘Brave’ uscimmo uno alla volta iniziando da Mark”.
“Ricorderò sempre il primo anniversario anche se non ricordo esattamente la data, penso fosse verso fine gennaio. Abbiamo fatto colazione con dello champagne sulla terrazza dell’Hotel Rio Palace che si affaccia sulla spiaggia di Copacabana in pieno clima estivo. E ricordo d’aver pensato: “Beh, come anno, non è stato affatto male, vero?””.
by Dan Sherman - The Web USA