L'ultimo teorema di Fermat: una dimostrazione durata 350 anni
Storia di un teorema - Le intime
emozioni del matematico che ha svelato il secolare
mistero.
(Una dimostrazione euleriana di A. Ossicini, scaricabile)
Una straordinaria avventura nel
segno della Matematica
di Michele Emmer
(L'Unità Martedì 2 dicembre
1997)
Non capita spesso che i giornali
di tutto il mondo diano la notizia della dimostrazione di un teorema di
matematica e che colui che l' ha dimostrato diventi di un sol colpo il
matematico più noto al mondo (o forse il solo matematico). Accadde il 23 giugno
del 1993 a Cambridge al “Sir Isaac Newton Institute”, un centro di ricerca
consacrato a brevi e intense collaborazioni fra scienziati per la risoluzione di
problemi di matematica e di fisica: quel giorno il matematico inglese Andrew
Wiles, dell'Università di Princeton, tenne la terza conferenza dedicata ad
un problema a cui aveva lavorato per anni nel più completo isolamento.
Così
Wiles qualche anno dopo ricordava quel giorno: "Benché la stampa avesse già
fiutato qualcosa, fortunatamente non era presente alla conferenza. Ma verso la
fine c'erano moltissime persone nel pubblico che scattavano fotografie, e il
direttore dell'Istituto era venuto preparato con una bottiglia di champagne.
C'era un tipico silenzio solenne mentre leggevo la dimostrazione ad alta voce, e
poi scrissi l'enunciato dell’ Ultimo Teorema di Fermat: Dissi: "Penso di
fermarmi qui", e quindi ci fu un applauso prolungato.
Tutti i giornali del mondo ne parlarono. Il "New York
Times" scrisse: "Eureka! Finalmente svelato un secolare mistero matematico"
Su "l' Unità" venne pubblicato un articolo di René Schooff, esperto di teoria
dei numeri, che tentò di far capire in quale modo Wiles avesse dimostrato il
teorema.
Perché un così grande entusiasmo, anche al di fuori
della cerchia ristretta dei matematici? L’“Ultimo Teorema di Fermat" è un caso
abbastanza unico nel campo della matematica: intanto, malgrado il nome, non è un
teorema, tanto è vero che per 350 anni nessuno è stato in grado di dimostrarlo;
si sarebbe dovuto chiamare più correttamente l'Ultima Congettura di Fermat, ma
si chiamò così perché Fermat, il matematico che formulò il problema, annotò al
margine di una copia del libro "Arithmetica" (scritto dal matematico Diofanto di
Alessandria, vissuto verso il 250 d.C.) una frase latina che tradotta suona
come: "È impossibile scrivere un cubo come somma di due cubi o una quarta
potenza come somma di due quarte potenze o, in generale, nessun numero che sia
una potenza maggiore di due può essere scritto come somma di due potenze dello
stesso valore". Cioè a dire che l’ equazione xn + yn =
zn non ha soluzioni intere per n > 2.
Aggiungeva,
Fermat (nel 1637), un commento che sarebbe diventato un incubo per molti
matematici: "Cuius rei demonstrationem mirabilem sane detexi hanc marginis
exiguitas non caparet" ("dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo
teorema che non può essere contenuta nel margine troppo ristretto della
pagina"). Trent'anni dopo, nel 1665; Fermat moriva.
Le sue scoperte rischiavano di andare perdute: e il
figlio Clément‑Samuel per cinque anni si dedicò a raccogliere gli appunti e le
lettere del padre, nonché ad esaminare le annotazioni in margine alla copia
dell’“Arithmetica".
Nel 1670 a Tolosa usciva una edizione dell’"Arithmetica"
di Diofanto con le osservazioni di P. de Fermat. Insieme con l'originale greco e
la traduzione latina di Bachet comparivano quarantotto osservazioni di
Fermat.
La seconda osservazione era quella destinata ad essere
conosciuta come l'Ultimo Teorema.
Un altro motivo ha contribuito alla diffusione anche al
di fuori dei matematici del problema di Fermat. Se si scrive l'Ultimo Teorema
per n = 2, 1'equazione diventa x2 + y2 =
z2,, cioè il notissimo teorema di Pitagora, matematico vissuto nel
sesto secolo a.C. Il Teorema di Pitagora lega tramite la "Arithmetica" di
Diofanto e la sua non possibile generalizzazione, l'Ultimo teorema di Fermat,
alla data della dimostrazione del problema posto da Fermat, cioè al 1993. Sono
2500 anni! Ma è poi proprio vero che il 1993 fu la data della dimostrazione da
parte di Wiles? In quell'anno molti di noi matematici (tutti erano venuti a
conoscenza della famosa lezione a Cambridge di Wiles) cominciarono a
scambiarsi messaggi di posta elettronica in cui si cominciava a dubitare che la
dimostrazione fosse avvenuta. Il motivo era molto chiaro: in matematica è prassi
che si annunci un risultato, che lo si illustri in seminari e convegni e che si
invii il testo con tutti i conti ad una rivista scientifica; la rivista,
ricevuto il lavoro, lo affida ad un ristretto numero di matematici esperti
nel settore che lo esaminano con cura e poi, se non vi sono osservazioni, lo
inviano alla redazione della rivista per la pubblicazione. A qualche mese dalla
conferenza di Wiles non era affatto imminente la pubblicazione. Il suo
manoscritto era stato presentato ad una rivista prestigiosa, "lnventiones
Mathematicae", di cui era direttore Barry Mazur, professore alla Harvard
University, che era presente alla conferenza di Cambridge.
Vennero scelti sei giudici. Uno dei giudici, Nick Katz,
invia il 23 agosto un e‑mail a Wiles perché aveva scoperto un piccolo problema
nella dimostrazione. Wiles all'inizio pensò che la cosa fosse rimediabile, ma
poi si accorse che non era così: la dimostrazione aveva una falla. I1 4 dicembre
1993 inviò un messaggio di e‑mail in cui annunciava che una parte della
dimostrazione non era completa e aggiungeva: "Penso che sarò in grado di
portarlo a termine nel prossimo futuro". A sei mesi della conferenza di
Cambridge, sembrava la fine del sogno di Wiles. Un sogno che, come racconta lui
stesso, era iniziato quando era bambino.
Nel 1963, quando aveva dieci anni, Wiles era già
affascinato dalla matematica. Un giorno tornando da scuola decise di visitare la
biblioteca di quartiere in Milton Road, a Cambridge, dove viveva.
Vi trovò un libro di Eric Temple intitolato "The Last
Problem", dedicato al teorema di Fermat: "Sembrava così semplice e però tutti i
grandi matematici della storia non avevano saputo risolverlo. Era un problema
che io, bambino di dieci anni, potevo capire e capii da quel momento che non
l'avrei mai dimenticato. Dovevo risolverlo".
Dato il grande risalto che era stato dato alla supposta
dimostrazione del 1993, avvenne una cosa abbastanza sorprendente: John Lynch,
direttore della serie "Horizon" della Bbc, decise di realizzare un
documentario per raccontare la storia del sogno di Wiles. Dopo alcuni tentativi
Lynch incontra Wiles a Princeton, quasi per caso; si parlano per pochi minuti. È
il periodo peggiore, Wiles teme che il suo sogno sia infranto definitivamente.
Wiles disse a Lynch che se fosse riuscito a emendare la dimostrazione, avrebbe
telefonato per discutere del documentario.
Un anno dopo telefonò a Lynch per realizzare il
documentario.
Era successo che grazie anche all'aiuto di uno dei sei
giudici incaricati di esaminare il manoscritto, Richard Taylor, assistente
all'Università di Cambridge, Wiles poteva annunciare il 25 ottobre del 1994 che
erano stati consegnati i manoscritti di due articoli: "curve ellittiche modulari
e Ultimo teorema di Fermat", di Andrew Wiles, e "Proprietà teoriche di anello di
alcune algebre di Hecke", di Richard Taylor e Andrew Wiles. I due articoli
vengono pubblicati nel maggio 1995 sugli "Annals of Mathematics", il primo nel
n. 142 alle pagine 443‑551; il secondo nello stesso numero, alle pagine 553‑572.
La dimostrazione dell'Ultimo teorema di Fermat era completata !
Simon Singh, indo‑inglese, nato nel Somerset da una
famiglia originaria del Punjab, con un dottorato in fisica ottenuto
all'Università di Cambridge, che lavora da anni alla realizzazione di
documentari scientifici per la Bbc, venne incaricato di collaborare con Lynch
nel realizzare le interviste con Wiles per il documentario.
E Wiles raccontò, secondo le parole di Lynch, come non
aveva mai raccontato a nessuno in precedenza delle sue intime emozioni per
quello che aveva fatto, di come per trent'anni era rimasto legato al suo sogno
infantile, di come tanta parte della matematica che aveva studiato fosse stata,
senza che all'epoca egli neppure se ne rendesse conto, una vera e propria
collezione di strumenti per affrontare la sfida di Fermat; di come niente
sarebbe stato lo stesso; del suo sentimento di perdita per un problema che non
lo avrebbe più costantemente accompagnato nella vita di ogni giorno e del
sollievo molto forte che ora provava.
Il documentario è stato trasmesso dalla Bbc con il
titolo "Fermat's Last Theorem". Ha vinto il Premio Italia per il
documentario lo scorso giugno a Ravenna, dopo aver vinto il gran premio agli
incontri del cinema scientifico di Parigi. Se sarà possibile verrà proiettato al
convegno "Matematica e cultura" a Venezia nell'aprile 1998. Singh, da quella
esperienza, ha realizzato un libro che racconta l'avventura umana di un
matematico che ha vissuto per molti aspetti una vicenda unica.
Un racconto emozionante da leggere, che contiene certo
delle parole che non potranno essere comprese da tutti, ma ciò non è affatto un
handicap per il racconto. Quando si legge un libro su argomenti di cui non si è
specialisti si rischia di non capire qualche parola, ma è il racconto di questa
avventura che prende il lettore. Il problema del libro di Singh è che l'autore
ha voluto raccontare la storia del problema di Fermat a cominciare dalle origini
della matematica! Nei primi capitoli si racconta una breve storia della
matematica che ci poteva essere risparmiata; è necessariamente tirata via e vi
sono affermazioni non condivisibili, quando non francamente
risibili.
Soprattutto il tono enfatico, le grandi maiuscole, sono
del tutto fuori luogo, alla luce dei capitoli finali così avvincenti e
"semplici", viene il caso di dire. Inoltre quei capitoli danno quasi il senso
che tutta la matematica abbia ruotato intorno al problema di Fermat e che
centinaia di matematici abbiano voluto cercare di risolvere il problema e, non
riuscendovi, la maggior parte di loro abbia fatto finta di disinteressarsene.
Non è così: è del tutto vero che la gran parte dei matematici non aveva e non ha
alcun interesse "professionale" per il teorema di Fermat; solo una parte dei
matematici, quelli interessati alla teoria dei numeri e alla geometria
algebrica, che non sono tutti. Ci sono anche dei piccoli errori e non sto
pensando al caso di Euclide nominato direttore del dipartimento di matematica di
Alessandria (non mi scandalizza affatto). Ci sono delle divagazioni dalla teoria
dei nodi buttata lì per caso, senza nemmeno precisare che cosa un nodo sia (non
è quello delle scarpe!). Inoltre una maggiore accuratezza nella traduzione non
avrebbe fatto male: "Partial Differential Equations" che diventa equazioni
parziali differenziali invece di equazioni alle derivate parziali. Ma mi sento
di dire che questi sono dettagli, imprecisioni che come matematici ci possono
dar fastidio. Ma il grande merito del libro è far cogliere l'ansia e la gioia
del fare matematica.
Non si tratta di un libro di divulgazione di matematica,
a mio parere, ma dei racconto dell'avventura di un uomo. Insomma, un libro
scritto da un bravo giornalista che è un pessimo storico della matematica.
Ma che fa nascere 1'entusiasmo per l'avventura di un matematico e può
contribuire molto di più a far appassionare alla matematica di un noioso libro
di storia scritto da un bravissimo matematico.
I link correlati all'argomento