
Nel 2003 in Italia 106.930 infortuni sul lavoro hanno auto come protagonisti gli immigrati.
In termini percentuali significa un tasso infortunistico del 6,6% sul totale dei lavoratori stranieri (con un picco del 12,5% nelle regioni del Nord Est, pari a quasi 50mila casi di incidente) e del 10,9% sul totale degli infortuni sul lavoro.
Sono i dati del rapporto “Immigrati a rischio infortunistico in Italia”, curato dall’Istituto italiano di medicina sociale (IIMS) in collaborazione con il Dossier statistico Immigrazione delle Caritas utilizzando dati INAIL, INPS, ISTAT e del Ministero dell’Interno. Il rapporto è stato presentato al Com-Pa 2004, il Salone Europeo della Comunicazione Pubblica dei Servizi al Cittadino e alle Imprese in corso a Bologna fino al 5 novembre.
La ricerca evidenzia un calo degli infortuni sul lavoro a carico degli immigrati, passati dal 9,1 del 2001 al 6.6 % dell’anno scorso.
Le ragioni di questa esposizione al rischio sono diverse. Innanzi tutto, la condizione di maggiore fragilità degli immigrati rispetto ai lavoratori italiani e la loro, conseguente, maggiore disponibilità ad accettare le mansioni più umili e pericolose. Ma anche una probabile differenza nella percezione del rischio e situazioni di vita extralavorativa di maggiore precarietà, oltre a una reale difficoltà di formazione e informazione sulle misure di sicurezza e a problemi di comprensione linguistica. Sui numeri incide anche la predisposizione o meno dei datori di lavoro ad assicurare i lavoratori immigrati e a denunciarne gli infortuni.
Infine, una valutazione dell’incidenza degli infortuni rispetto ai settori occupazionali nei quali sono collocati i lavoratori stranieri e ai loro Paesi di provenienza. La situazione, fotografata basandosi sui dati del 2001, mostra una maggiore esposizione al rischio incidenti per chi è impiegato nell’industria dei metalli (marocchini, senegalesi, ghanesi e pakistani) e per coloro che lavorano nell’edilizia (albanesi, jugoslavi e tunisini).
Rosa









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