
Solo una giornalista messicana sembra essere sopravvissuta alla sparizione, su cui si interroga l’intero stato, mentre la vita quotidiana va a rotoli. Infatti la classe lavoratrice più numerosa ha smesso di dare il suo apporto alla potenza mondiale, e il messaggio induce alla riflessione sulle questioni razziali e sull’emigrazione, sempre molto presenti nel ricco stato statunitense e in tutto il continente. Infatti, le rimesse dell’emigrazione, clandestina e non, sono l’entrata principale della federazione messicana, e la relazione tra il ricco nord e il povero centro America sono spesso dettate dalla questione della clandestinità di molti cittadini messicani. Spesso i giornali e i telegiornali messicani raccontano la dura vita degli indocumentados, i migranti che senza documenti cercano la fortuna rischiando la vita attraverso il deserto del nord del paese; e poi, oltre i confini nazionali, già in California o in Texas, i sopravvissuti rischiano di incappare nelle forze regolari antimmigrazione o in quelle più pericolose di bravi cittadini, che si uniscono per eliminare il problema umano alla radice, anche in modo violento. Gli aeroporti messicani sono tappezzati da manifesti orgogliosi dei compatrioti che emigrano, e programmi bilaterali o delle agenzie internazionali dei diritti umani fanno il possibile per impedire o rendere meno drammatico il difficile viaggio verso il dollaro, simbolo di ricchezza e di riuscita sociale. Le donne dei piccoli pueblos, i paesi dell’interno messicano, spesso simili a quelli dell’Italia degli anni Cinquanta, ti raccontano che aspettano il marito da uno, due, tre anni, e intanto ricevono i 100-200 dollari mensili, che in Messico costituiscono una buona base economica per mangiare, in attesa di un ritorno non assicurato da troppi anni di lontananza.
Rosa









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