Un segnale per altre elezioni europee?

Danimarca Il voto ha premiato linea dura sull'immigrazione Un segnale per altre elezioni europee?

BRUXELLES - Il risultato emerso dalle urne danesi - dove l’altro ieri si è votato per rinnovare il Folketing, il parlamento monocamerale nazionale - non lascia dubbi: molti elettori, tra le varie opzioni, hanno deciso di premiare i partiti che hanno sostenuto la linea dura in tema di immigrazione.

Il dato è di rilevante importanza sia in vista dei prossimi appuntamenti elettorali in programma in altri paesi dell’Ue, sia dei referendum per la ratifica della Costituzione ai quali il tema, nella maggior parte degli stati, sarà probabilmente associato.

In Danimarca il voto ha penalizzato i due maggiori partiti, quello liberale del primo ministro uscente Anders Fogh Rasmussen e quello socialdemocratico, che ha subito una nuova batosta, dopo quella del 2001. Del loro calo hanno beneficiato gruppi più a destra dei liberali e più a sinistra dei socialdemocratici e tutto questo dovrà essere valutato dai leader di questi partiti, in chiave locale e in quella europea. Fogh Rasmussen ha abbassato le tasse senza toccare il welfare.

La Danimarca è il terzo paese al mondo per quanto concerne la pressione fiscale, che è sempre andata in crescendo per finanziare un sistema sociale tra i più prodighi e del quale beneficiano ampiamente anche gli immigrati. Ha presentato conti dello stato in regola, una crescita economica positiva e una serie di importanti riforme. Ma la coalizione di governo, formata dal Partito liberale e da quello conservatore - nella legislatura appena conclusa - per avere la maggioranza ha avuto bisogno dell’appoggio esterno del Partito popolare danese, formazione di destra radicale, che ha puntato su una politica ostile all’immigrazione e ha barattato il suo sostegno all’esecutivo con un inasprimento del regime migratorio, che è già al limite della compatibilità con la normativa dell’Ue.

Gli elettori hanno penalizzato i liberali e premiato e dato maggior forza ai Partito popolare che, evidentemente, aumenterà ulteriormente la posta per assicurare il voto dei suoi 24 deputati, ancor più indispensabile alla maggioranza uscente. Nell’opposizione di centrosinistra l’arretramento dei socialdemocratici - il partito che è stato più anni al potere nel paese - era annunciato. Viene attribuito in primo luogo allo scarso carisma e alle scelte del suo leader Mogens Lykketoft, il quale ha già annunciato le dimissioni, e dal fatto che ha preso posizioni ritenute contraddittorie e impopolari su alcuni dei grandi temi della campagna elettorale, cominciando dall’ ipotesi di aumentare nuovamente le tasse se fosse andato al governo. Così ne hanno beneficiato i socialpopolari-radicali, e la Lista unitaria di sinistra.

Il problema che attende Rasmussen ha anche evidenti risvolti europei. Il premier, pur ottenendo una riconferma, dovrà trattare con la destra sia per garantirsi la maggioranza nel Parlamento, sia in vista del referendum sul trattato costituzionale. Il Partito popolare è contrario alla Costituzione europea e Rasmussen dovrà giocoforza fare delle concessioni - forse ancora sull’immigrazione - per ottenere una posizione meno anti-europea da parte degli alleati.

Il governo di Copenaghen progetta di convocare il referendum entro un anno. Vuole metterlo in calendario cercando di sfruttare eventuali risultati positivi di altri paesi e, comunque, prima di quello britannico che ha grandi possibilità di concludersi con una bocciatura che avrebbe ripercussioni molto negative sull’elettorato danese.

Il voto di martedì - praticamente scontato per quanto concerne la conferma della maggioranza al potere da quattro anni - è esplicito sul fatto che parte dell’elettorato europeo resta molto sensibile al tema degli immigrati e della sicurezza e lascia una pesante ipoteca sul referendum costituzionale, ritenuto una pietra miliare nella storia danese e il cui esito riguarda, però, tutta l’Ue.
(10 febbraio 2005)

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Pubblicato il martedì 15 febbraio 2005 in: Panorama europeo

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