Viaggio ad Oriente (2001).

Il Papa varca i confini dell’ortodossia e dell’islam

Un viaggio che resterà nella memoria di molti credenti: dei cattolici - naturalmente -, dei cristiani ortodossi che ricevono le scuse di un pontefice ottocento anni dopo il sacco di Costantinopoli, dei musulmani che per la prima volta accolgono un Papa dentro una moschea. Un viaggio - tra Grecia, Siria e Malta - che porta Giovanni Paolo II a ripercorrere il cammino di San Paolo e avvicina la Chiesa di Roma a quella di Costantinopoli e al Dio dell’islam.

Il 7 marzo 2001 il sinodo dei vescovi metropoliti aveva fatto cadere il veto che la Chiesa greco-ortodossa aveva posto nel 1999 ad una visita papale ad Atene. Un sì che consente a Giovanni Paolo II di raggiungere il 4 maggio 2001 la collina di Pnice, di fronte all’acropoli ateniese, da cui l’apostolo Paolo annunciò Cristo alle genti elleniche. Dopo la Romania e la Georgia, la Grecia è il terzo Paese di fede ortodossa ad accogliere la visita del Pontefice. Ma i metropoliti greci avvertono: il sinodo ha aperto le porte a Wojtyla per onorare “un dovere di ospitalità e cortesia“, ma questo “non ha niente a che vedere con un ponte tra ortodossi e cattolici dopo 947 anni di scisma”.

Ad Atene però l’abbraccio tra Il Papa e il patriarca greco Chistodoulos dice più di mille parole, mentre le scuse del Pontefice per le offese arrecate dai cattolici ai fratelli d’Oriente durante il sacco di Costantinopoli del 1204 vincono le ultime diffidenze: i giornali parlano del “miracolo di Atene”. Nel chiedere perdono a Dio per gli errori del passato si rivolge a tutti gli ortodossi, non solo ai greci. La speranza è che il suo mea culpa raggiunga anche il patriarcato di Mosca, e permetta una visita attesa da anni.

Ma Atene è anche la prima tappa di un viaggio che per la prima volta nella storia apre le porte di un tempio musulmano a un Pontefice. Il 6 maggio a Damasco, in Siria, Giovanni Paolo varca la soglia della moschea di Omayyad per onorare le spoglie di Giovanni Battista. Quindi, prende parte ad una preghiera congiunta islamico-cristiana nel cortile del pantheon musulmano durante la quale vengono letti versetti della Sacra Bibbia e del Corano. “É un fatto che va oltre la storia - commenta il Gran Mufti islamico - e che porterà un buon frutto di pace“.

Per tutte le volte che i musulmani e i cristiani si sono offesi reciprocamente, dobbiamo cercare il perdono dell’Onnipotente e offrire il perdono gli uni agli altri“, risponde commosso Wojtyla.

Polemiche con Israele suscita la decisione di Wojtyla di andare a pregare sull’altura del Golan tra le macerie della “città martire” di Quneitra, conquistata dagli israeliani nel 1967, restituita alla Siria nel 1974 e da allora rimasta una città fantasma: il presidente Assad volle farne il simbolo delle sofferenze patite dai siriani per mano del popolo ebraico.

Ma per Giovanni Paolo II è l’occasione per rinnovare l’appello alla pace in Medio Oriente. “Restano molti e gravi ostacoli, ma il primo passo deve essere la salda convinzione che una risoluzione è possibile entro i parametri del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Rinnovo l’appello a tutte le popolazioni coinvolte e ai loro responsabili politici affinché riconoscano che lo scontro non ha mai avuto successo e mai lo avrà“.

Lasciata la Siria è la volta di Malta la cattolica, per l’ultima tappa del suo pellegrinaggio sulle orme di San Paolo. Sull’isola l’apostolo arrivò a causa di un naufragio. “Qui lui e i suoi compagni - ricorda Giovanni Paolo II - furono trattati con rara umanità”.

A Malta, “ponte tra l’Oriente e il Mediterraneo“, il Papa spiega il senso del suo pellegrinaggio: “Ho voluto incoraggiare i credenti e tutte le persone di buona volontà a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano e ad operare per un ordine internazionale basato sul rispetto del diritto e sulla solidarietà verso i meno fortunati”.

Sulla via del ritorno, il portavoce della Santa sede Joacquin Navarro Valls fa il bilancio del viaggio. “Si è avuto un risultato non previsto e forse non prevedibile: l’applauso dell’arcivescovo Christodoulos alla richiesta di perdono del Papa, la sua lettera di ringraziamento per la visita “breve ma fruttuosa” e soprattutto quella preghiera comune che non era concordata, informale ma reale. È come se in quel momento la reciproca scomunica, già formalmente cancellata, sia stata pienamente superata”.

Lia Romagno/ Grandinotizie.it/ 10 maggio 2001 ore 16:05

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Pubblicato il giovedì 31 marzo 2005 in: Supereva special

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