
Si può imparare in molti modi la storia di un continente. A memoria sui libri di testo, oppure attraverso lo stimolo sensoriale dei suoni, per scoprire che dietro ogni strumento musicale c’è una cultura, un popolo, una leggenda. Roland Ricaurte, colombiano, etnomusicologo, 46 anni (da 19 in Italia), due figli, preferisce il secondo approccio per raccontare l’America latina. Ne sanno qualcosa gli studenti delle scuole medie romane dove svolge i suoi laboratori di mediazione culturale in collaborazione con il Forum per l’intercultura della Caritas.
I laboratori nelle scuole
“I ragazzi hanno bisogno di essere coinvolti – spiega Roland – e a scuola questo spesso non avviene per colpa di strumenti pedagogici antiquati. Io cerco di avvicinarli alla mia terra attraverso le immagini, i suoni e i racconti”. Ogni incontro è strutturato come tappa di un percorso di scoperta. “Vediamo spezzoni di film sull’incontro tra la cultura indigena e quella europea. Mostro le diapositive scattate nei miei tanti viaggi attraverso il Sudamerica. Insegno a creare gli strumenti riciclando materiale di scarto. Rotoli di carta igienica, riso, mais, noci di cocco, tubi, canne, telline. Tutto quanto può essere utile per costruire sonagliere, flauti, tamburi e bastoni della pioggia”.
Il passaggio successivo è la scoperta delle sonorità. “I ragazzi imparano a riprodurre i suoni della giungla. Spesso nelle classi c’è qualcuno che già sa suonare uno strumento musicale. Allora integro e assemblo tutto insieme, senza dimenticare di coinvolgere il professore di musica”. Il lavoro in laboratorio è filmato e documentato con la videocamera da un gruppo di studenti. Il risultato è un gran concerto finale nel corso del quale si proietta il materiale registrato. “E’ una festa. I ragazzi suonano tutti gli strumenti che hanno imparato a costruire da soli. E cantano in italiano, spagnolo, inglese e lingua quechua”.
La mostra concerto
I laboratori nelle scuole sono solo uno dei modi in cui Roland fa conoscere in Italia la cultura e la musica latinoamericane. Un’altra specialità, forse la più suggestiva, è la mostra interattiva di strumenti etnici e popolari. “Si tratta di 150 pezzi (chitarre, flauti e tamburi di tutti i tipi, ndr) raccolti in 25 anni di viaggi in Sudamerica e portati a Roma un po’ alla volta. Li suono tutti, uno per uno. E racconto le diverse culture del continente attraverso la storia di ogni strumento”. La mostra è allestita in scuole e teatri, spesso all’interno di qualche rassegna. L’ultima esibizione, al teatro Regina Pacis di Roma, lo scorso gennaio. “E’ un’esperienza gratificante ma faticosa. Ci vuole una giornata di lavoro per preparare questa sorta di museo vivente. All’inizio ero solo io in scena. Ora mi accompagnano altri 3 musicisti. Si tratta di uno spettacolo teatrale interattivo in cui conta molto anche la partecipazione del pubblico”.
Rosa









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