
Nella vita sociale, noi confrontiamo continuamente la nostra identità con quella degli altri: ad esempio, una delle prime differenze che impariamo a riconoscere è quella tra maschi e femmine, e nel definire noi stessi (”sono un bambino” o “sono una bambina”) ci costruiamo la nostra identità di genere. Le differenze che ravvisiamo tra noi stessi e le altre persone (differenze somatiche, psicologiche, culturali, religiose, ecc.) ci permettono di classificare il mondo e di ritagliarci il nostro posto al suo interno. Ciascuno di noi è in grado di definire se stesso attraverso una serie di attributi che, se da un lato lo accomunano ad alcune persone, dall’altro lo differenziano rispetto ad altre. Quando entriamo in contatto con una persona che proviene da un’altra parte del mondo o da un’altra cultura, è probabile che la sua diversità rispetto a noi balzi all’occhio molto di più di quanto non accadrebbe se questa persona facesse parte del nostro gruppo: ciò accade perché alle differenze individuali si aggiungono anche le differenze di identità culturale.
Nel bambino piccolo, ciò che appare nuovo o diverso suscita contemporaneamente curiosità e timore: per istinto di esplorazione, il bambino è attratto verso l’ignoto; per istinto di protezione, diffida di ciò che è sconosciuto. L’oscillazione continua tra desiderio di novità e bisogno di sicurezza, variabile a seconda del carattere più o meno timoroso dell’individuo, si vede chiaramente quando il bambino comincia a camminare e fa qualche passo avanti verso l’ignoto, per poi correre indietro tra le braccia della madre.
Pertanto, di fronte a una persona il cui colore della pelle è diverso dal proprio, o che indossa abiti che gli appaiono insoliti, è probabile che un bambino di tre o quattro anni esprima curiosità, perplessità, diffidenza, oppure tutte queste cose assieme, e osservi il comportamento degli altri (in particolare dei genitori) per capire qual è l’atteggiamento da assumere. Spesso il comportamento successivo del bambino è influenzato, più che da ciò che gli adulti gli dicono, dalle cose che fanno: ad esempio, non basta che il genitore gli dica che “siamo tutti uguali” se poi le sue azioni rivelano ostilità nei confronti di chi è diverso. Se il bambino percepisce, da parte degli adulti che lo circondano, dei sentimenti aggressivi o contraddittori verso la diversità, è possibile che si senta autorizzato a coalizzarsi con chi sembra simile a lui, escludendo o canzonando chi appare diverso.
La nostra reazione di meraviglia, stupore e spesso timore nei confronti di ciò che culturalmente diverso ha colpito, anche in passato, narratori e filosofi. Leggete in proposito questo aneddoto narrato dal filosofo David Hume
Rosa









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