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A cura di Myrddin - Merlino
Pubblicato il 15/05/2004
Uno dei più drammatici episodi delle guerre galliche di Cesare contro la Gallia Transalpina
L'assedio romano della gallica Avarico
Si tratta di una delle vicende più drammatiche delle guerre galliche di Cesare contro i galli guidati da Vercingetorige. La città di Avarico, che Vercingetorige non voleva fosse difesa, ma che lo fu contro il suo volere, subì un sanguinosissimo assedio.
Gli episodi salienti,e terminali, dell'assedio sono i seguenti, secondo le stesse parole di Cesare.
7.XXV.Eroismo dei Galli degno di menzione.
Combattendosi in tutti i luoghi, passata ormai la restante parte della notte e sempre per i nemici si rinnovava la speranza della vittoria, tanto più che vedevano bruciati i parapetti delle torri e capivano che (soldati) scoperti non potevano avvicinarsi per soccorrere e mentre essi sempre avvicendavano (uomini) freschi agli spossati e ritenevano che tutta la salvezza della Gallia era riposta in quel frammento di tempo, accadde, mentre noi guardavamo, quello che sembrò degno di menzione e noi giudicammo non doversi trascurare. Un gallo davanti alla porta della città, che lanciava nel fuoco nella zona della torre zolle di grasso e pece passate di mano in mano, trapassato dal fianco destro da uno scorpione cadde stramazzato.
Uno tra i vicini passando su questo che giaceva (a terra) svolgeva lo stesso compito.
Al secondo stramazzato per la stessa ragione da un colpo di scorpione successe un terzo ed al terzo un quarto e quel posto non fu lasciato vuoto dai difensori, prima che, spento il terrapieno ed allontanati da tutta quella parte i nemici, fu messa la fine del combattere.
7.XXVI.Suppliche delle madri ed abbandono del piano di fuga.
Avendo sperimentato tutto i Galli, poiché nessuna cosa era successa, il giorno dopo presero la decisione di fuggire dalla città, esortando ed orinandolo Vercingetorige.
Tentando ciò col silenzio della notte speravano di farlo con non grande perdita dei loro, per il fatto che gli accampamenti di Vercingetorige non erano lontano dalla città ed una palude continua, che si frapponeva, ritardava i Romani dall’inseguire.
Ormai preparavano per fare queste cose di notte, quando le madri di famiglia subito corsero in (luogo) pubblico e gettatesi ai loro piedi piangendo chiesero con tutte le suppliche di non consegnare loro ed i figli comuni ai nemici per il supplizio, loro che la debolezza di natura e delle forze impediva a prendere la fuga.
Quando li videro persistere nell’idea, poiché per lo più nel massimo pericolo il timore non accoglie la pietà, cominciarono a gridare e segnalare ai Romani della fuga.
Atterriti da questo spavento i Galli, perché le strade non fossero occupate dalla cavalleria dei Romani, desistettero dal piano.
7. XXVII.Premi offerti da Cesare ed improvvisa scalata delle mura.
Il giorno dopo Cesare fatta avanzare la torre e concluse le operazioni, che aveva deciso di fare, scatenatasi una grande pioggia, ritenendo che questa non fosse una inutile occasione per prendere una decisione, poiché vedeva sul muro le sentinelle disposte un po’ troppo incautamente e ordinò che pure i suoi si applicassero al lavoro piuttosto con calma e mostrò cosa volesse che si facesse, e con le legioni pronte nelle gallerie di nascosto, esortando che finalmente raccogliessero in cambio di così grandi fatiche il frutto della vittoria, promise premi e diede
il segnale.
Essi subito volarono fuori da ogni parte e velocemente riempirono (occupando) la muraglia.
7.XXVIII. Grande strage di nemici.
I nemici atterriti dalla cosa nuova, buttati giù dal muro e dalle torri si raccolsero sulla piazza e nei luoghi più aperti a cuneo con questo intento, di, se si venisse contro da qualche parte, combattere in fila serrata.
Quando videro che nessuno scendeva su postazione adatta, ma si spandevano su tutto muro da ogni parte, temendo che fosse tolta del tutto la speranza di fuga, gettate le armi si diressero alle ultime parti della città con slancio continuo, e qui una parte, premendosi loro stessi nella stretta uscita delle porte, fu uccisa dai soldati, parte ormai uscita dalle porte (fu uccisa) dai cavalieri.
E non ci fu nessuno che si occupasse del bottino.
Così eccitati sia dalla strage di Cenabo sia dalla fatica del lavoro, non risparmiarono i gravati dall’età, non le donne, non i bambini.
Infine da tutta quella folla, che fu di circa 40 mila, a stento 800, che si erano buttati fuori dalla città, sentito il primo grido, giunsero incolumi da Vercingetorige.
Ed egli già a notte fonda nel silenzio li accolse dalla fuga così, temendo che negli accampamenti sorgesse una qualche ribellione del popolo per il loro arrivo e pietà, che lontano lungo la strada, dislocati suoi congiunti e capi di nazioni curasse a dividere e portare i loro, (a quella) parte degli accampamenti che dall’inizio era toccata ad ogni nazione.
7.XXIX.Conforto ed esortazione di Vercingetorige.
Il giorno dopo, convocata l’assemblea, confortò e rincuorò di non abbattersi troppo nello spirito e di non turbarsi per la
disgrazia.
(Diceva che) i Romani non avevano vinto col valore ed in campo aperto, ma con un’astuzia e con la tecnica dell’assedio, di cui essi eran stati sprovvisti.
Sbagliavano, se alcuni aspettassero in guerra come favorevoli tutti gli avvenimenti delle cose.
A lui non era mai piaciuto che si difendesse Avarico, della cui cosa aveva loro stessi come testimoni, ma era accaduto per la stoltezza dei Biturigi ed il troppa accondiscendenza degli altri, perché fosse ricevuta questa perdita. Lui tuttavia avrebbe rimediato con maggiori vantaggi. Infatti le nazioni che dissentivano dagli altri Galli, queste con la sua premura le avrebbe alleate ed avrebbe realizzato un unico piano di tutta la Gallia, al cui assenso neppure il mondo intero potrebbe resistere; egli lo riteneva quasi già realizzato.
Intanto era giusto chiedere a loro per la salvezza comune, di decidere di fortificare gli accampamenti, per sostenere più facilmente gli improvvisi attacchi dei nemici.