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A cura di Myrddin - Merlino
Pubblicato il 15/05/2004
un interessante inquadramento storico dell'impero romano, che distrusse gran parte dell'autonomia politica e cultruale degli antichi celti, fuori dagli schemi conformistici e manipolatori impostici dalla cultrua dominante e dalle istituzioni scolastiche
Ecco alcune interessanti valutazioni su Roma e l'Impero di uno storico che afferma valutazioni storiografiche poco ortodosse qui in Italia, ma degne invece della massima considerazione.
Dal volume Roma e il suo impero, vol.II della Storia generale delle civiltà, diretta da M.Crouset (1954, tr.it. Casini 1958), di cui molte parti scritte dallo storico André Aymard:
Libro primo dedicato a “I vinti”, con due capitoli riservati a “I Galli”, gli avi celti dei francesi:
“La conquista si effettuò senza riguardi. Cesare, soprattutto, ricorse al terrore. Fece tagliare le mani di tutti i difensori dell’ultima piazzaforte, Uxellodunum, nel Quercy. Operò mostruosi salassi: un milione di morti e un altro milione di prigionieri venduti in schiavitù” (pp.62-63).
“Ma la riparazione delle perdite materiali e umane subite dal paese sembra essere stata rapida. Roma, inoltre, non impose con la forza altro che il suo potere e il pagamento regolare di un tributo, senza usare violenza ad altre tradizioni indigene che a quelle dei sacrifici umani e all’istituzione di druidi, senza curarsi di introdurre la propria organizzazione sociale né il proprio sistema economico, la sua religione o la sua lingua” (ivi).
“Fino al principio dell’era cristiana all’incirca Roma, tranne che in Italia, distrugge senza nulla costruire che sia nuovo, solido, e commisurato a ciò di cui si appropria. Essa uccide, rovina e sfrutta senza tener conto che mette in pericolo la vita dei suoi possedimenti. Prelevando imprudentemente su di un capitale divenuto suo, essa lo esaurisce e compromette così il proprio avvenire. La sua opera positiva di nutrice e organizzatrice di un mondo, di educatrice pure, in più di una regione, non si esplicherà che più tardi, sotto l’Impero, e grazie ad esso” (p.68).
Libro secondo “La civiltà di Roma repubblicana”
“Conquista romana”
“Organizzazione militare” (‘I disastri militari’, ‘Le deficienze della flotta’, ‘Deficienze di comando’, ‘Deficienze di adattamento ai compiti imperiali’)
“La città e il suo fallimento” (‘L’apparenza monarchica: le magistrature’, ‘L’apparenza democratica: le assemblee di popolo’, in piedi anziché seduto come in Atene);
“La realtà aristocratica: il Senato”,
“Il fallimento e le carenze del regime”
“Evoluzione economica e sociale”: la “lunga e talvolta difficile lotta” finisce “con la conquista progressiva dell’uguaglianza civile, sociale e politica, che ebbe per inevitabile conseguenza il declino dell’ordine privilegiato” (p.117).
“Si era costituita un’altra aristocrazia, che si designava col nome di nobilitas, vale a dire ‘nobiltà’. alla sua base era l’appartenenza del capofamiglia al Senato: essa comprendeva dunque contemporaneamente famiglie plebee e patrizie. In linea di principio si apriva a tutti, per il solo fatto dell’elezione a una magistratura. In pratica si chiudeva come una casta” (p.118), appunto quella senatoria. In questa romanità, “quali che fossero i successi del movimento democratico, lo spirito romano era alieno dal livellamento. Impossibile negare l’importanza giuridica delle concessioni strappate dalla plebe al patriziato nel corso del lungo conflitto. Ma quelle riforme avevano soprattutto beneficato i capi della plebe, cioè quelli che si trovavano ad essere, di fatto, eguali agli avversari. Soddisfatti, essi davano prova del medesimo spirito di casta di cui avevano sofferto i loro antenati” (p.119).
Sul piano sociale, va ricordata la schiavitù, le “guerre servili” per le grandi rivolte in Sicilia e nell’Italia del sud, “con dei capi e delle truppe di origine orientale”, e sempre con lo “spietato terrore” delle repressioni (p.136).
Risultati mediocri e anzi dubbi ebbero le lotte per le riforme agrarie; la vita del proletariato urbano a Roma caratterizzata da oziosità, parassitismo, da corruzione e violenza, miserie e debiti. Inn sintesi: “questa esposizione mostra fino a quale profondità la conquista romana abbia sconvolto le condizioni economiche e sociali della maggior parte d’Italia. Con ondate potenti, seguite da un sistematico drenaggio, sfibrante per i paesi che vi si trovano sottoposti, essa ha realizzato il trasferimento nella penisola dei tesori accumulati dalla più vecchie e ricche civiltà delle rive del Mediterraneo. Grazie a questi, ha fatto nascere in Italia un’economia delicata e fragile nella sua complessità. Essa ha messo gli uni in possesso di enormi capitali. Ha rovinato gli altri con la concorrenza dei prodotti e degli schiavi importati. Ha accentuato contrasti sociali. Ha suscitato dei problemi verso cui il regime si è dimostrato incapace, se non sempre di scoprire, almeno di applicare soluzioni diverse dagli espedienti o dall’impiego della forza” (p.148).
Non può poi essere taciuto il bilancio delle “guerre civili”, che hanno portato all’impero. “Il bilancio delle perdite, se fosse possibile compilarlo, apparirebbe spaventoso. Con la loro durata, il loro accanimento, la loro estensione geografica, l’ampiezza delle forze impegnate, queste guerre civili superarono di gran lunga tutte le precedenti, perché la posta non aveva potuto mai suscitare così ardenti cupidigie. Esse incisero poco, è vero, sulle province occidentali. (…). Per converso, nella fase più prolungata, quella che seguì alla morte di Cesare, la tormenta infierì su tutto il resto del mondo romano, l’Italia, la Sicilia e l’Oriente. La violenza distruttrice assunse tutte le forme: le proscrizioni sistematiche, con la confisca dei beni (…); il saccheggio delle città prese d’assalto; il massacro o la vendita in schiavitù degli abitanti di queste; il disordine interno, che lasciava il campo libero ai pirati, ai briganti e agli schiavi fuggitivi; quando non erano arruolati come lo furono da Sesto Pompeo; le espropriazioni per dotare i veterani di lotti di terra…” (pp.210-11).
Scrive Aymard che della civiltà romana resta “ben poca cosa che fosse vitale”.
Va comunque ricordato che Roma non aveva soltanto trasmesso all’Occidente, dopo averli assimilati per proprio uso, elementi importanti della civiltà greca, ma vi aveva aggiunto il suo apporto, costruendo il diritto e anche uno Stato diverso della minuscola città. Di questo Stato, la monarchia ellenistica non aveva fornito che un abbozzo. “E’ stata Roma che per prima, di fronte all’autorità incaricata della gestione degli interessi comuni, ha parificato la posizione giuridica di tutti gli uomini liberi. Per prima ha saputo superare la sua vittoria e cancellare la distinzione fra vincitore e vinti, sostituendo tutte le nazionalità con la propria” (pp.514-15). E malgrado la riduzione di valore politico del titolo di civis romanus, “il nuovo ‘cittadino’ si trovava per lo meno collegato a uno Stato che faceva regnare l’ordine, otteneva l’obbedienza di tutti, impediva gli abusi di potere dei privati e inquadrava l’attività collettiva in una regolare amministrazione. Questi concetti non dovevano attendere il Rinascimento per risorgere, e rimasero alla base di tutte le costruzioni politiche moderne” (ivi).
Nel vol.I di questa stessa collana, tra le 300 pagine della Parte II dedicate dallo stesso Aymard alla Grecia antica, col titolo “La civiltà dell’uomo nel Vicino Oriente”, Aymard non manca certo di mettere in luce “i mali interni dell’ellenismo trionfante”, a cominciare dalle guerre delle e fra le città greche. Inoltre, un altro male “inerente allo spirito greco” furono le guerre civili nelle città greche, le lotte sociali fra oligarchia e democrazia (pp. 274ss.).
Lo storico qui delinea i progressi e i limiti della democrazia greca (pp.288ss.), limite di esclusivismo perfino razzistico, di imperialismo oligarchico ecc..
10) Nella raccolta di saggi a c. di A.Giardina su L’uomo romano (Laterza 1989), lo storico Paul Veyne chiude il libro col saggio dal titolo “‘Humanitas’: romani e no”, dove sottolinea la crudeltà delle guerre romane, paragonate alle moderate guerre medioevali e moderne fino al XIX secolo (pp.400ss.), così che la decantata humanitas romana non è che un gioco di società, fra letterario e oratorio. Veyne sottolinea che “l’idea di una pluralità di nazioni dotate di diritti uguali era estranea ai Romani” (p.403), che praticavano al contrario un loro terrorismo calcolato, incendi saccheggi e taglio di teste, “senza riguardo per l’età e per il sesso”.
11) Veyne afferma che la “civiltà romana”, “ingiusta e crudele quanto molte altre, dà più delle altre l’impressione ‘turistica’ di una società liberale, aperta, serena. Ignora l’ordine morale, il razzismo e il settarismo religioso. (…) Le distinzioni tra razze non contavano (…). Le parole ‘romano’, ‘latino’ o ‘pellegrino’ indicavano uno sta-tus, non un’origine etnica; e non si faceva alcuna differenza tra i cittadini romani di origine italica e quelli di origine provinciale. Le differenze etniche contavano tanto poco fra i romani che alla fine dell’antichità essi non ebbero nessuna ripugnanza a reclutare i loro soldati e generali tra i Germani. Nemmeno la religione era una barriera, a differenza della Cristianità e dell’Islam, l’Impero pagano non si distingueva dai barbari per le sue credenze. Gli dèi di tutti gli uomini, civilizzati o barbari, erano veri, oppure erano gli stessi dèi sotto nomi differenti.(…). L’Impero pagano era una società desacralizzata; tutto il mondo era pio o lo ridiventava, ma il legislatore non imponeva il minimo obbligo religioso se non quello di rispettare i giorni festivi” (p.413).
E tuttavia Veyne dimostra che si tratta di mera “apparenza”, concludendo: “Fora, theatra, templa: ecco, in tre parole la ‘way of life’ romana, ed ecco perché i cristiani saranno esecrati. Era questa la civiltà alla quale si erano acculturate tutte le etnie dell’Impero romano” (pp.414-15). Per lo storico autorevole “fori, teatri e templi”, è la sintesi della vita sociale romana.
Ecco cosa scrive sullo sviluppo abnorme dell'urbanesimo a Roma il "nostro" storico francese:
I prìncipi diedero prova di un favoritismo cieco, prestando un’attenzione troppo esclusiva allo sviluppo e allo splendore della vita urbana. La magnifica fioritura delle città, che si diffuse allora in tutte le regioni dell’impero e le adornò di una veste lussuosa, sembrava a tutti la più perfetta espressione di civiltà. […. ]
Trascurando deliberatamente le campagne, dunque, gli imperatori le sacrificavano alle città. Le città furono troppo numerose e troppo belle. Vi furono elevati troppi monumenti e troppo grandiosi. Vi furono celebrate feste troppo frequenti. Vi furono consumati, in uno spreco sfrenato, troppi capitali, troppo lavoro e persino troppe vite umane….”
( Roma e il suo impero di André Aymard ).