Cosa vorresti?
A cura di Myrddin - Merlino
Pubblicato il 16/05/2004
Rielaborando alcune interessanti nozioni spirituali riportate da Riccardo Taraglio nella sua splendida opera Il Vischio e la Quercia, che consiglio a tutti, sono venute alla luce alcune mie riflessioni personali, forse non del tutto inutili.
Secondo una tradizione del Galles celtico, che viene fatta risalire ad una ininterrotta tradizione bardica locale, l'Inconoscibile Divino, la Divinità viene definita OIW, è ritenuta irraggiungibile dalla comprensione umana, e dunque inconoscibile.
Assimilare l'OIW al tradizionale monoteismo è un errore, perchè in quanto inesprimibile, è propriamente ciò che non si può nominare, ciò che non si può ridurre alla nostra visione limitata che clasifica, etichetta e riduce, quindi ne monoteismo, ne politeismo, ne alcun'altra umana concettualizzazione.
Questo OIW però si manifesta nella realtà umana, seppur del tutto inconoscibile, attraverso una forza triplice, che questa tradizione così individua:
SKIANT (Conoscenza-Saggezza),
NERZ (Forza-Volontà),
e KARANTEZ (Amore-Creatività).
Ognuna di esse rappresnta una strada verso il divino, il sacro, il sopranaturale, e può essere percorsa da ogni individuo.
Queste tre forze venivano personificate con:
- la figura di un Vecchio (Skiant),
- un Giovane Guerriero (Nerz),
- ed una bellissima Donna (Karantez)
che avevano poi una ulteriore triplice manifestazione.
Quindi l'Inconoscibile della Divvinità si manifesta attraverso una Triplice Forza.
Questo presupposto chiarisce come mai anche nella tradizione spirituale celtica più antica la Divinità si manifesti essenzialmente in forma triplice:
- il mistero della dea Brighidh (Belisama-Brigantia-Brigh, la Luminosa), una e trina (la Dea degli artigiani, quella degli poeti e quella dei guaritori):
- la evocazione tramandata dai clasici dei tre Dei Taranis-Toutatis-Esus, ai quali venivano consocrati speciali sacrifici;
- la Morrigan che si manifestava nella triplice forma di Nemhain, Boadhbh e Macha,
e ancora i numerosissimi esseri di luce preposti alla crescita della vegetazione, al prosperare degli animali, alla salvaguardia dei luoghi naturali e dei filoni di metalli preziosi che oggi chiamiamo fate, folletti, gnomi (Taraglio).
I Druidi erano il ceto intellettuale fondamentale della società celtica, e il loro insegnamento conformava a questo triplice schema divino la visione del mondo che trasmettevano, in una società tradizionalmente suddivisa (cfr. Dumezil, Guyonvarc'h) in tre principali classi sociali:
- quella dei Druidi (Conoscenza-Saggezza),
- quella dei Guerrieri (Forza-Volontà)
- e quella dei Produttori e Uomini d'Arte (Amore-Creatività).
In tal modo la spiritualità non era per i celti qualcosa di distante eseparato dalla vita quotidiana, ma era il tessuto stesso del vivere ordinario, in quanto la triplice manifestazione delle forze divine era espressssa dalla triplice ripartizione funzionale delel classi fondamentali della società.
Non esisteva perciò quella così solida distinzione fra il sacro ed il profano che ha caratterizzato la religiosità post-pagana in senso veramente negativo e controproducente, ed ogni atto umano era una espressione spirituale degna di considerazione.
Il sesso apparteneva alla manifestazione dell'Amore-Creatività, e come tale era manifestazione della potenzialità Divina dell'Inconoscibile.
La guerra corrispondeva alla manifestazione della Volontà-Potere dell'Inconoscibile divino, e il combattere era una forma, quindi, di sacra ritualità che avvicinava all'Aldilà degli Dei il guerriero (l'individualismo guerriero dei celti è giustificato da questo rapporto diretto che ogni celta istituiva col divino e il soprannaturale, che era una forza potente disponibile, vicina).
Lo studio (inteso in senso molto lato) corrispondeva alla divina manifestazione della Conoscenza-Saggezza (i druidi, i sapientissimi, i sapienti della quercia).
In questo contesto ogni cosa manifesta la divinità e la sacralità.
Ciascun individuo si ritrovava cosi', in ogni momento della giornata, in ogni azione della sua vita, a poter accedere al mistero divino semplicemente percorrendo fino in fondo la strada da lui scelta, sia come appartenenza ad una data classe sociale,
sia come decisione individuale.
La spiritualità celtica in effetti non è tanto un conoscere se stessi (Solipsismo spirituale tipico del mondo classico), quanto trovare il proprio posto nel mondo, in una sorta di inntegrazione divina con tutto ciò che ci circonda, che non è nostro strumento,e del quale non siamo noi strumento, ma parte integrante e armonica.
In una società di questo genere assumevano quindi un valore elevatissimo (poiché tutti manifestavano in ciò che erano e facevano una della manifestazioni dell'OIW, l'Inconoscibile della/delle Divinità):
- la dignità di ognuno,
- la libertà interiore, l'onore,
- il valore della parola data
ed ogni classe sociale possedeva dei rituali (definiti da alcuno segreti di iniziazione) che potevano portare il singolo ad accedere ad un diffferente stato di coscienza, per entrare in contatto con quello che i Nativi americani chiamano il "Grande Mistero" (basti pensare all'Imbas Forosnai per i druidi-filid d'Irlanda, o agli aweniti del Galles di cui scrive Geraldus Cambrensis).
Per quel che riguarda la Croce Celtica (una croce tracciata su un cerchio), essa simbolicamente risale alla ruota di Taranis, raffigurata su incisioni rupestri, sculture e oggetti artistici celtici e gallo-romani in quantità notevolissima, ruota cosmica, filosofia di vita e di visione del mondo.
Questa ruota del tempo cosmico gira continuamente, rende nascita e morte diventano tutt'uno con la creazione e chiarisce l'illusione (e l'errore pericoloso) di chi pensa di separare in modo definitivo e netta il Buio e la Luce, il Bene ed il Male, il Giusto e l'Errato.
Nell'insegnamento celtico non c'è spazio per una "Creazione" come atto iniziale di messa in moto di tutto ciò che esiste, perché per il pensiero spirituale celtico tutto era creazione in atto e non poteva esistere un momento specifico in cui tutto era iniziato.