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Interviste

La Crus - Intervista @ Teatro Magni

A cura di Pollicus

Pubblicato il 27/04/2003

19/04/2003 - Dal teatro Magnani di Fidenza è partita questa sera la tournee dei La Crus con la quale presentano al pubblico il nuovo album uscito l'11 aprile.
Sul palco il gruppo si è presentato in una formazione a cinque, al cantante Mauro Ermanno "Joe" Giovanardi e al chitarrista e tastierista Cesare Malfatti si aggiungono infatti il batterista Leziero Rescigno, il bassista Luca Saporiti e il trombettista Paolo Milanesi.
Inedito è anche il taglio più rock e tirato delle interpretazioni che vela in parte la vena malinconica dello stile La Crus.
Dopo un concerto che ha il sapore di una anteprima per amici e promette una tournee straordinariamente coinvolgente, abbiamo incontrato “Joe” Giovanardi per una lunga chiacchierata.

foto intervento I La Crus tornano dal vivo a pochi giorni dall'uscita del nuovo album e per inaugurare la tournee si parte da un teatro; come mai questa scelta?

- Più che una scelta è stata una combinazione, una occasione che ci è arrivata e, nonostante all'inizio avessimo un po' paura ad accettare perché stavamo preparando una scaletta per i Club, ci è servita soprattutto per testare il lavoro di rifacimento degli arrangiamenti dei vecchi brani.
Sicuramente, se avessimo dovuto fare una tournee teatrale, avremmo preparato una scaletta diversissima, solitamente lo facciamo, però questo era l'unico concerto in teatro e abbiamo lasciato così, anche perché per me suonare in queste situazioni è sempre bellissimo.
Oltretutto in questo giro avevamo un accordo con la Feltrinelli per presentare il disco attraverso incontri in libreria nei quali si alternano canzoni, domande e curiosità, interessantissimo, solo che abbiamo avuto poco tempo per il resto e, se per la prima data del tour solitamente inizi a provare tre, quattro giorni, una settimana prima, questa volta siamo arrivati solo oggi pomeriggio!

E' evidente che questa sera avete scelto un taglio più rock per i pezzi di repertorio, " Nera Signora" riecheggiava le sonorità dei "Bed seeds",come per le tracce dall'ultimo disco. La vena malinconica dello stile La Crus è rimasta un po' nascosta, quali sono le ragioni di questa scelta?

- Se dovessi fare un mio disco farei una cosa così, alla Cave, e "Nera Signora" come la abbiamo fatta stasera è proprio la direzione che a me più piace, un po' più scura, gotica e d'atmosfera, infatti ho insistito parecchio per farla.
Sono molto legato a questo tipo di esperienza musicale, il concerto più bello di Cave lo ho visto a Novellara, nell'87, quando presentava in anteprima dei pezzi da "Tender pray", eravamo io e Manuel degli Afterhours, siamo partiti da Milano con quattro macchine, c'era una tensione nell'aria che potevi tagliare.
Sicuramente quelli che hanno visti Jimy Endrix nel 67 hanno avuto lo stesso tipo di emozione perché era un concerto prima della disintossicazione, ha cominciato il concerto con Hey Joe e l'asta lo ha salvato dal crollare.

- Hai Parlato di Manuel Agnelli: negli anni '90 voi, assieme agli Afterhours e Marlene avete creato un nuovo modo di "fare" musica in Italia, appoggiati da critica e pubblico; secondo te, chi è che oggi porta avanti la stessa funzione di incubatore di nuove idee?

- Devo dire che tra i gruppi nuovi non ho sentito cose molto interessanti, eppure ne ascolto sempre, e continuano a piacermi sempre le stesse cose: Subsonica, Vinicio,gli Afterhours anche se non mi piacciono molto musicalmente, ma questo perché le chitarre mi hanno ormai stancato.
Poi c'è questa nuova ondata di gruppi che cantano in inglese e secondo me questa è una scelta perdente in partenza e lo dico anche se io ho cantato per anni in inglese con i "carnival de fools".
La comunicazione è importantissima, farsi capire è necessario per guardare in faccia una persona mentre dici certe cose.

Questa sera forse non è stato facile creare un dialogo con un pubblico così eterogeneo e un po' distaccato, che impressione hai avuto?

- In realtà la prima data è sempre la più difficile perché devi cantare le canzoni per la prima volta, ma sicuramente, se fossimo stati in un club, l'atmosfera sarebbe stata completamente diversa per la presenza della gente sotto il palco e più possibilità di dialogo.
Una prima data in teatro è difficile se non studi un programma apposta in modo da aver meno bisogno di questo contatto e stasera ho avuto qualche problema all'inizio, avrei voluto un po' più di partecipazione.
Forse nessuno si aspettava un inizio così forte, ma abbiamo fatto una decina di concerti l'estate scorsa un pochino più tosti del solito nei quali ci siamo divertiti moltissimo ed era intrigante l'idea di spiazzare un po', magari questa non era esattamente la data giusta per iniziare.
In ogni caso, ripeto, questa data ci è servita davvero perché nei club solitamente hai un altro tipo di ascolto, qui il teatro suona benissimo, le quattro ore di prove di questo pomeriggio ci sono state utili per testare le sequenze, l'unica cosa che è mancata è stato un po' di appoggio nei primi tre /quattro brani.

L'importanza della comunicazione, la cura dei testi e il legame con la tradizione cantautorale italiana da una parte e sperimentazione musicale dall'altra: alla base della stile La Crus c'è sempre stata la sfida di far convivere due esperienze molto diverse.
Come si colloca rispetto a questa polarità il vostro nuovo lavoro?


Secondo me, paradossalmente, in questo disco c'è un uso dell'elettronica, di suoni moderni ancora più spinto e il lavoro sul testo è ancora più forte.
Rispetto ad altri album il recupero della tradizione o questo tipo di mood è un po' più tra le righe perché altre volte, soprattutto nelle ballate, in pezzi come "Il vino", "Natale a Milano", dove avremmo solitamente usato la chitarra classica, le spazzole, abbiamo usato dei piani elettrici che hanno uniformato un po' il suono rendendolo però più moderno.
Così per canzoni come "E se" e "La nevrosi", che in altri dischi avrebbero avuto la chitarra classica e una ritmica un po' più leggera, è cambiato solo l'arrangiamento, non il lavoro sul testo che è stato ancora più profondo.

E' come se avessimo accentuato entrambi gli aspetti, tanto è che c'è stato anche un esperimento di collaborazione con due scrittori, secondo me riuscitissimo, perché sia la "Giacca nuova"(scritta da Marco Lodoli) che "La nevrosi"( testo di Mariangela Gualtieri) sono due testi che a me piacciono moltissimo e che mi somigliano molto.
In realtà questo disco avrebbe dovuto essere realizzato tutto così, perché, nel corso della ricerca per "Crocevia", avevo letto di un esperimento realizzato a Torino da artisti provenienti da tutta Italia, un disco dal titolo "Canta memoria", con il quale intellettuali e musicisti ricercavano una via per una la canzone colta.
Scrittori come Calvino, Fortini avevano scritto testi e concettualmente l'idea mi era piaciuta molto, anche perché "Crocevia" era impostato sull'importanza della parola e prevedeva una scelta di testi e di autori che avessero usato la lingua italiana in maniera importante.
Quando sono riuscito a trovarne una copia ho visto che il prodotto era molto meno interessante di quanto non fosse la premessa concettuale, risentiva troppo della retorica legata alla fine della seconda guerra mondiale risultando così un po' datato mentre la mia idea era quella di poter scegliere canzoni che avrebbero potuto essere scritte oggi come trent'anni fa, di poter cantare ad un ragazzino di vent'anni una canzone che ne avesse quaranta e con quel materiale non si poteva.
Però era rimasta l'idea che nelle mie intenzioni si sarebbe dovuta realizzare con questo disco ma avrebbe richiesto troppo tempo.

Su questo lavoro quali sono state le influenze artistiche che hanno lasciato il segno?

- A me piaceva l'idea della collaborazione tra musicisti e scrittori anche per poter creare un prodotto che sfatasse l'idea che questo connubio debba sempre portare a qualche cosa di noioso.
Invece mi sarebbe piaciuto portare gli scrittori nel territorio della musica, cioè, non partire dal testo ma dalla melodia.
Infatti con Lodoli l'esperimento, ancor più che con Mariangela (Gualtieri), è riuscito perché io gli avevo dato un provino con una linea melodica abbozzata, nulla di più che un lailalà, perché intrigante era far scrivere nella forma del suono e non partire dal testo che trovo sia una cosa difficilissima.
In questo Mariangela è stata grandissima perché, non so se anche io sia stato particolarmente bravo a trovare una melodia, partendo dalla sola base strumentale, ha scritto un testo che metricamente e ritmicamente non aveva bisogno di correzioni.
Novanta volte su cento, partendo dal testo, si approda a risultati alla Battiato o alla CSI, che non sono propriamente cantati ma piuttosto salmodiati, recitati, anche la nevrosi infondo non è proprio cantata ma l'aver trovato un ritornello apre un po' questo schema.

Parlando dell'universo concettuale da cui è nato questo nuovo lavoro avete detto sia caratterizzato da una maggiore apertura verso l'esterno, atte"Intimismo sociale", di che cosa si tratta?

E' un percorso che è nato da "Dentro me".
Nel il primo disco lo scrivere in italiano era una novità per me e Alex (Alessandro Cremonesi, il terzo La Crus), infatti il risultato è eterogeneo, molto particolare, ogni pezzo era una sperimentazione perché l'idea iniziale per i "la Crus" era quella di utilizzare la tecnologia e la metodologia dell' hip hop per cantare invece che rappare.
Anche l'ermetismo dei testi, che caratterizzava questo lavoro, era in fondo la soluzione più facile per esprimere alcuni concetti, l'essere criptici permette di dire tutto e niente infondo.
Il primo disco è un po' a parte ma da dentro me in poi abbiamo sempre cercato di dare una tematica: in "Dentro me" c'è la volontà di dare uno sguardo all'interno di noi; in "Dietro la curva del cuore" lo sguardo da dentro si sposta sull'altro; in "Crocevia" c'è stato il tentativo di dare uno sguardo al nostro passato; in "Ogni cosa che vedo" per la prima volta si cerca di guardare all'esterno, di cercare delle tematiche estranee al nostro immaginario che è un po' più romantico, esistenziale.

Intimismo sociale era una definizione leggermente ironica data con Alex a questa nuova prospettiva, ci sarebbe piaciuto, con il nostro tipo di immaginario, affrontare certi temi che fino ad ora avevano aborrito perché, come lavorare sulla canzone presenta sempre il rischio della banalità, della rima cuore amore, così il parlare della guerra o toccare i temi de"L'urlo" o "Come una nube" indica la volontà di proporre dubbi e domande più che certezze, che poi è la direzione in cui vogliamo andare ora.
Nel primo disco non ero sicuramente pronto per cantare un pezzo come "Stringimi ancora" che dovevo iniziare cantando "Mia piccola stella stringimi a te", poi abbiamo intrapreso un profondo lavoro sulla comunicazione.
Sentivamo di avere il dovere e l'esigenza di farci capire di più così ci siamo tolti di dosso quella forma di snobbismo che giudica volgare il parlare di amore e di temi della quotidianità ma che, in effetti, serve a mascherare la difficoltà che presenta il raccontare le esperienze più semplici.
Avremmo voluto far nostra la "leggerezza pensosa" di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, raggiungere la semplicità senza perdere in poesia.
Gli ultimi due dischi sono molto più maturi sul piano di questa ricerca, forse adesso non scriverei più una canzone come "Nera Signora" o "Natura morta" proprio per il loro eccessivo ermetismo che è, per certi versi, una scorciatoia per le difficoltà di espressione.
Non lo avvertivamo come tale, probabilmente, quando le abbiamo scritte, anzi, sono il risultato di percorsi anche lunghi di scrittura.
Eravamo abituati a comporre testi in inglese, utilizzando quindi una forma di scrittura, propria della letteratura anglo-americana, fatta in gran parte di immagini.
Sono canzoni importantissime come tappe di percorso ma è "Le cose di ogni giorno" ad essere oggi uno dei nostri testi più rappresentativi, perché non si può, con l'alibi di una eleganza formale, rinunciare a raccontarsi con semplicità.

A quattro anni di distanza dal vostro ultimo lavoro originale esce il disco nuovo: oltre ai molti concerti e a "Crocevia" a che cosa vi siete dedicati in questi anni?

Sono stati anni occupati dalla ricerca sulla comunicazione, in realtà anche un concerto è ottima esperienza di comunicazione, però prima bisogna riuscire a cucirsi le parole addosso, e questo è vero anche per la scelta della cover.
Non ho mai scelto un pezzo di un altro per la bella musica perché devo riuscire a sentire mie le parole per poter salire su un palco e raccontarmi.
In fondo davanti al pubblico sei nudo e se menti si vede.
Il lavoro sul testo è lungo e faticoso, ci sono canzoni per le quali abbiamo dovuto scrivere sei o sette versioni prima di esserne soddisfatti, così il complimento più bello che mi si possa fare è che riesca a scrivere delle cose che anche altri abbiano sentito ma non siano riusciti ad esprimere.
A me capita ascoltando alcune canzoni di Vinicio.
Solo ieri sera, da quando il nuovo disco è uscito, ho letto la posta ed ho trovato messaggi di questo tipo, quando succede ho la sicurezza di lavorare nella direzione giusta, di aver concretizzato quello che avevo in mente.

E allora quale è una canzone che avresti voluto scrivere?

- Se c'è un pezzo che sicuramente avrei voluto scrivere questo è "Vedrai vedrai ", per me il punto più alto della canzone italiana.
E' stato proprio l'ascolto di Tenco che mi ha fatto decidere di cantare in italiano, io sono partito ascoltando i Joy division, Sex pistols, per arrivare a Tom Waits, Nick Cave e Leonard Coen, la mia generazione è rimasta affascinata dalla filosofia del punk che ha fatto piazza pulita di quanto c'era stato prima ed ormai puzzava di vecchio.
Così se a Londra si ripudiava l'esperienza degli Zeppelin noi qui non potevamo che fare tabula rasa di Guccini e De Gregori, per cui, per anni, non ho ascoltato musica italiana.
E' stato solo quando ho ascoltato Angela per la prima volta che ho pensato che si potesse cantare anche in italiano, un testo come Angela non ha niente di diverso da quelli di Cave, il Vino potrebbe essere di Tom Waits.
Secondo me Tenco, dal punto di vista dell'innovazione, è stato quello che più di tutti ha scardinato la tradizione, infondo fino al '62/'63 la media dei testi in italiano non si staccava dal "Papaveri e papere" e dalle composizioni just for fun mentre Tenco ha introdotto temi di portata rivoluzionaria.
Purtroppo "Vedrai Vedrai" è così famosa che ho paura ad interpretarla, ma se si pensa che sia stata scritta, non per una donna amata, come comunemente si crede, ma per sua madre che non condivideva alcune sue scelte e con la quale aveva dei forti contrasti, ecco, se si ascolta in questa chiave non si può che essere stupiti dalla forza e spessore del testo.

Gloria

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