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Special Faber

Il Suonatore Jones al "Fellini" di Genova

A cura di Claudio Costantino

Pubblicato il 01/12/2004

Vittorio De Scalzi (ex-New Trolls ed ora La vera storia dei New Trolls) è “Il Suonatore Jones”, il personaggio creato come “Violinista Jones” da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River, una vita trascorsa a rallegrare, consolare, commuovere, che Fabrizio De André fece proprio e Vittorio ricrea in questo spettacolo. Cronaca della serata nello spazio melogastronomico di Genova

foto intervento

IL SUONATORE JONES

Genova, 26 novembre

al "Fellini"

via XII Ottobre 182 

 

 

 

 

“Fellini”. Che gran bella invenzione. Nel Centro di Genova, uno spazio “melogastronomico” in cui musica e buona tavola vanno a braccetto: un ristorante che si fa palcoscenico, in un locale rinnovato dall’architetto Ferruccio Catenelli abile nell’avere saputo ravvivare le pareti “a tema” con icone (affrescate) di jazzisti e bluesman. Demiurgo artistico delle serate, una conoscenza nota del progressive italiano, Vittorio De Scalzi.

Il locale, inaugurato a metà novembre, copre una programmazione variegata, capace di toccare dal cabaret al jazz e al blues. Tra i passaggi avvenuti, segnaliamo i comici Daniele Raco e Andrea Di Marco (ex Cavalli Marci) e il bluesman di razza Paolo Bonfanti (i progster assoceranno il suo nome alla Slow Feet Band di Di Cioccio, Pagani, Kohl e lo stesso De Scalzi). Naturalmente non poteva mancare un appuntamento con La Storia dei New Trolls (19 novembre; recensione su Movimenti Prog).

Il 26 novembre è stata la volta de Il Suonatore Jones, l’excursus-spettacolo con cui Vittorio De Scalzi accompagna il pubblico attraverso la storia del sodalizio con Fabrizio De André (il newtrollsiano Senza Orario Senza Bandiera e Non al denaro, non all’amore, né al cielo dove suonò tutte le chitarre) e non solo, per culminare in Creuza de mä.

Una band adatta alla bisogna: sapori etnici nei fiati di Eddy Romano (Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam, Finisterre, Hostsonaten) e nelle percussioni di Marco Fadda (Kundalini Quartet, Avarta, Biba Band, Great NacoOrchestra, Pino Daniele, una tournée con Elio e Storie Tese); reminescenze tra rock e fusion nelle chitarre del fedele Andrea Maddalone (La Storia dei New Trolls ma anche sessionman per Ramazzotti, Zucchero, Alexia e Oxa); Federico Bagnasco (poliedrico musicista dalle mille esperienze – cabaret, teatro, musica barocca…) pilota di un contrabbasso sedotto tanto dalle tenerezze dell’archetto quanto dalle insistenze ritmiche della mano destra; magie campionate di terre lontane negli aggeggi elettronici del “Picchio” Aldo De Scalzi.

La voce di Vittorio, quella, non cambia. Sempre la solita cifra brillante, cresciuta su un terreno R’n’B eppure, al tempo stesso, ben sintonizzata sulle frequenze della canzone d’autore. Partendo da lì si può anche spiegare la fantasia dell’arrangiatore: il bello de Il Suonatore Jones poggia proprio sull’onesta “restituzione” (e non semplice “riproposizione”) aggiornata di un percorso altrui, riletto attraverso un DNA che non è solo “De André”, ma va oltre. Una summa – se vogliamo – della genovesità sonora dagli anni Sessanta ad oggi, paradossalmente al di là di qualsiasi timeline, in nome di virate trasversali tra i generi (il rock e il folk locale, il blues e gli chanssonier).

Momenti di palpabile emozione sul crinale episodico di attente riscritture: il flauto irlandese di Romano sostituisce gli archi in Signore, io sono Irish così come la l’Epiphone Sheraton II di Maddalone rimpiazza i fiati di Ho veduto; Susy Forrester si fa “indiana” sulle timbriche campionate di sitar e di tabla; un flauto barocco, invece, rende ancora più lunare una suggestiva La collina; Miniera si tinge quel poco di jazz grazie ai fraseggi leggeri del sax soprano; in Fiume Sand Creek si verifica il consueto miracolo solistico di Maddalone, texano quanto basta con lo slide, ma fusion nella velocità delle scale, mentre il contrabbasso, nelle retrovie, è diventato ormai uno strumento a percussione; tripudio mediterraneo con Sinan Capudan Pascià, Don Raffaé, Il Pescatore e una conclusiva Creuza de mä.

Quest’ultima, scoltandola di nuovo, fa scattare in noi zeneisi una riflessione, ovvero che Ma se ghe pensu abbia ceduto un antico primato ad una canzone d’autore. Una riflessione, questa, che lascia sempre più il segno sulla pelle (d’oca) diventando (quasi) una certezza…

(Riccardo Storti)

 

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