Mauro Pagani presenta "2004 Creuza De Ma"

Pagani, dopo gli incontri di Firenze e Milano, l'11 dicembre ha presentato a Genova, il nuovo disco "2004 Creuza de Ma". Realizzato con la collaborazione di musicisti provenienti da tutto il Mediterraneo, "2004 Creuza de Ma" riprende la rotta di un disco fondamentale per la discografia internazionale, quel "Creuza de Ma" scritto e registrato nel 1984 insieme a Fabrizio De André

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Presentazione di

Mauro Pagani&#nbsp; “2004 Creuza de Mä”

Genova – Ricordi – 11 dicembre 2004

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Sabato 11 dicembre 2004, a Genova, presso la Ricordi di Via Fieschi, si è tenuta la presentazione del CD Mauro Pagani 2004 Creuza de Mä. Più che un “miniconcerto” (così recitava la locandina), una lunga chiacchierata a ruota libera, inframmezzata da suoni: l’”uomo con il bouzouki” ha raccontato, disquisito, approfondito, vivisezionato e sviscerato il passato e il presente che uniscono Creuza de Mä, per poi arrivare al centro gravitazionale per eccellenza, ovvero Fabrizio De André. A quel punto la girandola dei ricordi s’è fatta inarrestabile, anche grazie all’apporto mnemonico di Reinhold Kohl. E la compagnia si è arricchita di Vittorio De Scalzi, improvvisatosi (si fa per dire…visto che il mestiere lo conosce assai bene) per l’occasione “tecnico del suono”. Un trio con lo stesso amico in comune e che – guarda caso – ancora oggi si ritrovano, talvolta, a suonare sotto la medesima sigla, insieme a Franz Di Cioccio e Paolo Bonfanti (la Slow Feet Band).

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Ma la poca musica “suonata”, rispetto alla molta “raccontata”, non ha certo deluso le aspettative: Pagani ha ribadito il carattere di “grande ipotesi mediterranea” dell’opera, i cui semi vanno scorti nel periodo post PFM. Nella seconda metà degli anni Settanta, Mauro Pagani, a seguito di alcune frequentazioni particolari (Canzoniere del Lazio, Demetrio Stratos, Moni Ivadia), si interessa di musica popolare. Emergono curiosità, soddisfatte dall’ascolto di dischi di artisti mediorientali, i materiali prendono forma e si fissano nello stupendo album omonimo del 1978. Questo albero di canto cresce ma per i frutti più maturi bisognerà attendere il sodalizio con Faber e la definitiva fissazione di Creuza de Mä.

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Pagani ha definito l’originale di venti anni fa “un disco di due viaggiatori che tanto immaginavano e poco viaggiavano”, quindi non proprio un LP di World Music (benché alcune anticipazioni siano tangibili e attuali), bensì un romanzo esotico di avventura, capace di coniugare una koiné sonora mediterranea alla fantasia poetica “cantastorica” di De André.

A quattro lustri di distanza, in Pagani è cresciuto il desiderio di rifare quel “giro” da capo, purtroppo, con il sottile dispiacere di non avere più a fianco il compagno di viaggio: il tempo fa sì che il rapporto con le cose muti, tanto da indurre l’artista a scorgere finalmente l’opportunità di aprire “finestre” ignorate. Questo spiega la nuova intelaiatura di Creuza de Mä, gestita sapientemente nei “colori” e nei ritmi da artisti persiani, turchi, israeliani, sardi e nordafricani che, in simbiosi con la nuova regia di Pagani, hanno reinterpretato un classico della canzone d’autore. Una musica, alla fine, non riconducibile a nulla: c’è il bouzouki ma non è greca; si canta in genovese ma non è repertorio dialettale; si avvertono i Balcani ma la Spagna è dietro all’angolo; il binomio voce e strumento a corde ti può far partire dal centro dell’Africa e, con una vertigine, ti ritrovi sulle rive del Mississipi. Una musica come la lingua di “quei” marinai genovesi, che, per comunicare, si inventarono, di porto in porto, un vocabolario bastardo di neologismi figli di tutte gli idiomi.

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Nel “miniconcerto” Pagani ha proposto l’inedito Neutte dalle profonde suggestioni lunari (il testo è tratto da una lirica di Alcmane, poeta spartano dell’VIII sec. A.C.), una toccante Sidun (bilingue: arabo e genovese. Emozionata e emozionante la voce della cantante tunisina Mouna Amari) e l’immancabile Creuza de Mä in duo con Vittorio De Scalzi.

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E Faber passava lento nel contrappunto dei ricordi: le sue manie, le sue attenzioni, la fobia per le improvvisazioni dal vivo nate dal terrore per il “caso” e per l’”errore”. Quindi un artista, sì, senza orario senza bandiera, però fedele a moduli e a prassi ben precise, certamente un poeta, a suo modo contraddittorio in quanto “moderno ma con parametri antichi”. Fedele all’Italiano e diffidente verso i testi in Inglese e Francese (nonostante l’amore per Cohen, Dylan e Brassens), paradossalmente De André affrontò il suo dialetto con tutte le attenzioni richieste da una lingua straniera, sconosciuta: questo fu sicuramente un prioritario valore aggiunto all’importanza di&#nbsp; Creuza de Mä.

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(Riccardo Storti)

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Pubblicato il lunedì 13 dicembre 2004 in: Special Faber

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