
Si intitola “Com’è grande enfermidade” (Polosud, www.polosud.com), il nuovo album di Jenny Sorrenti. Un album di ricerca come ci ha abituato la cantautrice anglo-partenopea che prosegue lo studio sulle lingue antiche; ma è anche un disco di atmosfere e di contenuti. La title track è una cantiga in spagnolo antico, che vuol sottolineare l’infermità del mondo, la follia in cui ci si dibatte. “La pazienza” è un brano cantato in italiano ma ispirato da un tradizionale inglese. Denuncia la necessità di superare l’infermità, di andare oltre il dolore (“posare la pazienza si deve”).
E l’uomo, con i suoi sentimenti, è al centro costante dei testi. Si pensi a “Petra’s dream” , una delicata ballad che racconta il sogno di Petra innamorata di un pescatore. Vorrebbe viaggiare ma l’amore la blocca perché, si sa, un pescatore non lascia il suo mare.
“Non si vede e c’è”, con un testo filastrocca che è anche una denuncia: quello che vediamo (anche nei canali di informazione) non è tutto quello che c’è. C’è tutta una realtà che non si vede.. ma c’è (se si va oltre l’apparenza e la “fiction”).
“Gia ena tango” è la traduzione italiana di un brano di una cantautrice greca, Haris Alexiou. Una sorta di tango-canzone d’autore con una matrice particolare (per l’appunto ellenica) ed un gusto un po’ retrò. Il testo è un omaggio alla propria terra, alle proprie nostalgie (“Chissà perché il mare ci manca così tanto ”). Una fisarmonica e, in finale, una tastiera che ci ricorda un po’ le vecchie pianole ambulanti Altra affascinante ballad cantata in inglese è “All roses”.
La chiave di lettura di questo disco è forse nel brano finale “Lune impure”. Solo una voce accompagnata da un contrabbasso ad archetto. “Non esistono lune pure o impure – ci spiega la stessa cantautrice - La purezza dipende dalla nostra mente: in qualunque situazione possiamo stare bene. Non è il luogo che fa noi, siamo noi a fare il luogo”.
La ricerca sulla lingue antiche, con la cantiga spagnola. E poi“Galiziano-portoghese” che è una composizione originale. “Erev shel shoshanìm” è un brano della musica sacra ebraica (cantato anche da artisti del calibro di Makeba o Bellafonte). Ha intrinseco un messaggio di pace (il profumo della religiosità spegne i fuochi di guerra).”Alma de niqua” è cantato in una lingua inventata, un mix di ebraico-latino, poi si prosegue in italiano (“Non c’è fuga dall’amore perché siamo lo specchio di cieli che si fondono”). Fa da intro a “Balcanico”, uno strumentale dal sapore, per l’appunto, dell’Est europeo, in cui Jenny usa la sua voce come uno strumento. Un mix di world music, prog e jazz, molto affascinante.
“Angelo dell’ammurri” è un connubio tra dialetti (siciliano e napoletano). Ed è la prima volta che Sorrenti canta in dialetto. E’ una dolcissima nina nanna. “Mi piace contaminare – ci dice l’artista – far incontrare varie culture. La musica è sempre una ricerca, una scoperta”.
Il disco è suonato da una band rodata nei concerti, in cui vi sono, oltre a Jenny alle tastiere e vocalist, anche Marcello Vento (”Albero Motore”, “Canzoniere del Lazio”) e Piero Fortezza alle percussioni, Vittorio Pepe al basso, Vincenzo Zenobio alla fisarmonica, Caterina Bono al violino, Stefano De Santis alle chitarre,. Guest star, in alcuni brani, è il tastierista Ernesto Vitolo (una delle colonne del “neapolitan power”). La copertina è ancora una volta una foto del compianto fotografo (e compagno di vita) Umberto Telesco.
Quello proposto da Jenny Sorrenti è davvero un disco di poesia, suggestioni, con una voce-strumento unica ed inconfondibile. Pervaso da una struggente vena malinconica ma con una grande voglia di riscatto, di pace. Pace esteriore (che riguarda tutti), pace interiore (che riguarda l’io).
J dream canta Jenny (Lune impure): “E noi restiamo qui/sotto l’arco dei sogni/ così la pioggia non ci bagnerà”.
Gaetano Menna
Claudio Costantino









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