
Gianluigi Di Franco lo abbiamo conosciuto a Napoli, a novembre 2003, in occasione di una presentazione in trasferta del libello “Racconti a 33 giri”. Musicoterapeuta, aveva ospitato l’incontro sul rock progressive proprio presso il suo centro a pochi passi da piazza Vanvitelli a Napoli.
Di seguito il ricordo dell’artista di Federico Vacalebre, per il quotidiano “Il Mattino”.
La malattia gli aveva tolto ormai ogni forza e voglia di vivere, aveva smesso di inseguire il sogno di un ultimo album solista, praticamente finito e ora destinato alle ritualità degli omaggi postumi. Gianluigi Di Franco è morto ieri, a cinquantadue anni.
Cantante e musicoterapeuta diranno i necrologi affrettati, aggiungendo che sua era la voce di uno dei pochi hit italiani esportati all’estero negli anni ‘80, «Kalimba de luna».
Ma l’avventura del caprese inizia molto prima e va molto più lontano e profondo.
Tutto comincia nei ‘70 che lo vedono cantante e flautista dei Cervello, gruppo progressive rock in calzari ellenici, al fianco di Corrado Rustici, Giulio D’Ambrosio (sax) e Remigio Esposito (batteria, vibrafono). Un album («Melos» del 1973, ispirato alle antiche leggende greche), la partecipazione al terzo «Festival d’avanguardia e nuove tendenze», poi la band si scioglie.
Gianluigi si laurea in medicina e si specializza in psichiatria, scommettendo sulla musicoterapia, disciplina all’epoca poco frequentata e ancor meno riconosciuta, diventando subito un punto di riferimento a livello europeo.
Nel 1983 torna in scena con la band di Tony Esposito, prestando la sua ugola raffinata, sensuale e ricca di suggestioni antiche a successi come «Kalimba de luna» e «As tu as», melodie colorate da poliritmie che entrano in classifica e strappano decine di cover, cominciando dai Boney M. Di Franco, coautore dei brani, si sente stretto nel ruolo di popmaker di successo.
Tenta altre strade, passando dal Tullio De Piscopo di «Radio Africa» alla sperimentazione di «Vox-melopea-vox» che presenta al festival di Roccella Ionica con Esposito e John Abercrombie.
Nel 1988 pubblica un album solista che porta il suo nome per titolo, sospeso tra la forma canzone e la voglia di andare oltre. Al suo fianco, con l’antico amico Rustici, Walter Afanasieff, Brunella Selo, Polo Jones, Rosario Jermano. Calypso e dialetto partenopeo, esperimenti vocali e ritornelli in inglese, all’interno le foto che lo mostrano giovane e bello davanti al suo mare caprese. L’insuccesso commerciale e la delusione verso un mondo fatuo lo spingono a tornare alla musicoterapia, fondando prima il Centro di ricerche di musicoterapia a Napoli, poi la Confiam, Confederazione italiana delle associazioni di musicoterapia, che riunisce nell’aprile 2003 a Napoli per uno storico convegno conclusosi il 23 con un concerto grosso al teatro Diana.
Direttore di «Musicoterapia notizie», presidente dell’Emtc (confederazione europea del settore), si batte per una legislazione che riconosca il valore di quella che amava chiamare «la più artistica delle medicine, la più magica delle terapie».
«Non c’entrano le mucche che ascoltando Mozart fanno più latte. La musicoterapia è musica suonata, anzi fatta, nel senso più manuale del termine», spiegava e i suoi occhi si illuminavano di passione: «Vuol dire tamburi con la loro carica catartica, percussioni di ogni tipo, canto libero per curare ansie e nevrosi, certo, ma anche l’autismo infantile, il Parkinson, l’Alzhaimer».
Contro il suo male, purtroppo, nulla ha potuto la musica.
Federico Vacalebre
da “Il Mattino” del 20-3-2005
Claudio Costantino









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