A cura di Claudio Costantino
Pubblicato il 07/04/2006
Presentazione del nuovo disco dell’ Orchestra di Piazza Vittorio, ensemble multietnico di 16 musicisti, che ha inciso il nuovo disco “Sona” in un istituto scolastico romano. Esperanto musicale che miscela suoni e culture
Conferenza stampa di presentazione del nuovo disco de “L’Orchestra di Piazza Vittorio”. Un garage di un istituto scolastico romano (il tecnico “Galilei” dalle parti di piazza Vittorio), trasformato per due mesi e mezzo in sala prova e studio di registrazione per una delle più anomale ed, allo stesso tempo, affascinanti orchestre che si ha modo di ascoltare. Un ensemble multietnico di ben 16 musicisti. Artisti di Italia, Tunisia, Brasile, Cuba, Usa, Ungheria, Ecuador, Argentina, Senegal, India... si incontrano e suonano assieme, una miscela che non ha confini.
«Questo è l’ombelico del mondo», cantava Jovanotti. La prima sensazione, entrando nel “Piccolo Apollo” è di essere davvero al centro del mondo. Come ben ci fa comprendere la cover del nuovo disco, “Sona” (Radiofandango), seconda prova discografica de ”L’Orchestra di Piazza Vittorio” diretta da Mario Tronco, che fa gli onori di casa nell’incontro, con Anna Maria Piccoli (l’addetta stampa che li segue sin dalle origini) ed i musicisti.
“Sona” è il nome di una lingua artificiale creata per la comunicazione tra persone di differenti nazioni. Come l’esperanto, anzi meglio dell’esperanto, per avvicinare i popoli. Ma è la musica – e questo disco lo dimostra pienamente - il vero linguaggio che unisce. Basta ascoltare la title track che fonde in un solo brano tre canzoni, in tre lingue; un’idea nata dall’ala indiana dell’orchestra e poi recuperata da quella senegalese. Possiamo parlare di “globalizzazione” sonora ... la si avverte dall’esecuzione live, per i giornalisti, di “Baleshi Tebsni” con una melodia che potrebbe essere indiana o napoletana, poco importa.
I testi dei brani parlano di amore e di religione – un Credo anch’esso universale, per musicisti di tutti i Continenti – Il pezzo più “politico” del disco è di origine cubana “Vagabundo soy”; fu scritto da uno dei musicanti a 16 anni ma rimase nel cassetto perché il regime castriano non ammetteva che si potesse anche solo pensare di “vagabondare”.
«E’ musica che libera. L’Orchestra di Piazza Vittorio – spiega il maestro Tronco – è composta da musicisti folk, classici, pop, jazz, di strada... ed il fatto che ognuno di loro si senta rappresentato da questo disco, dà il senso dell’intero progetto». Una miscela di suoni, di etnie, di idiomi che avvolge e coinvolge. Miscela di tradizioni, culture, espressività.
C’è grande attenzione per l’ensemble, lo dimostrano i 130 concerti tenuti, le 22 mila copie vendute del primo cd. Tutto ciò permette di tenere a busta paga i musicisti (con uno stipendio mensile) senza alcun tipo di finanziamento pubblico. Sì, l’Orchestra è diventata una piccola azienda ed un grande miracolo.
Gaetano Menna