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Alessandro Monti: musica folk non ortodossa

A cura di Claudio Costantino

Pubblicato il 25/10/2006

Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto - sottolinea Paolo Carnelli - scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale.

foto intervento

ALESSANDRO MONTI

Unfolk

Diplodisc 2006 – 58’10’’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro. Sarà anche per la comunanza geografica, ma il caffè Florian non è poi così lontano…

Paolo Carnelli

(editor di Wonderous Stories)

 

In parallelo:

Le "tracce velate" del quartetto di Marco Giaccaria

 

 

 

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