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Folk in progress

Sancto Ianne: orgogliosi folksinger del Sannio

A cura di Claudio Costantino

Pubblicato il 08/11/2006

Il nuovo cd dei Sancto Ianne, tra terra e vento: i suoni folk della tradizione (dei locali borghi rurali, della campagna) e quelli etnici portati dal vento (Arabia, Balcani...). L'orgoglio del Sannio folk: c’è un’altra Campania, non solo quella delle coste turistiche o di Napoli

foto intervento

Mò siente”, il  nuovo disco dei  beneventani Sancto Ianne (Edizioni FolkClub Ethnosuoni) arriva dopo il promettente album “Scapulà”. Il titolo è un invito/ammonimento. Sì, adesso finalmente si ha  modo di ascoltare, di capire il senso di una musica legata alla terra ed al vento. In evidenza “Uocchie” -  la  canzone che ha vinto il  premio “Voci per la libertà: Una canzone per Amnesty  - che si dipana nell’alternanza tra dialetto e lingua araba (il canto di Gianni Principe in vernacolo si unisce a quello dell’artista palestinese  Faisal Taher). Nel cd è proposto anche il suo video (quello dei Sance Ianne è un enhanced cd che ha all’interno - oltre alla traccia movie -  la  presentazione del gruppo, foto ed i testi dei brani in dialetto,  “tradotti”). Il filmato, molto suggestivo... è introdotto da una donna musulmana che percorre le vie vetuste di un borgo rurale, tra porose spire di vento... antiche culture si incontrano.  Si parla degli occhi disperati degli immigrati delle “carrette” marine, o  dei bimbi terrorizzati dalla guerra... mentre soffia il vento di libertà.

Nel disco vi sono  tutte composizioni originali della band (che si innestano, rielaborandoli, sui suoni della tradizione e sulle influenze etniche) con due soli eccezioni. “Un futuro a Sud”, un classico del noto organettista Mario Salvi (del  suo primo album di dieci anni fa, “Caldèra)  proposto qui in un’originale chiave arabeggiante; l’ultima traccia è “Tarantella d’a fatica/ N’ata botta” per un trascinante finale, live, con il mix di tammurriate scritte da  Nando Citarella.

Nel cd ci sono venature progressive (“’A banda d’o Matese”), etniche (lo strumentale “Port’Arsa”); di danza (“Juorno ‘e festa”), circensi e balcaniche (“Peppe ‘o mago)...

“Uno ‘inponta a luna”,  vede  innestati al proprio interno frammenti di antichi canti sacri beneventani, che si incontrano magicamente con la chitarra elettrica. Intrisa di nostalgia la canzone di apertura, sui tempi della gioventù  («Per la strada io sono cresciuto/... per la strada io sono tornato/ per ritrovare quello che ho lasciato/ perché ogni storia non va mai perduta»).

Ma la canzone-manifesto di questo disco è senz’altro  “Nuie ca nun stammo vicino ‘ o mare”. C’è un’altra Campania, non solo quella delle coste turistiche  o di Napoli. E’ questa una bella ballata sul Sannio, su terre interne storicamente oggetto di agricoltura e brigantaggio, che conservano ancora superba bellezza e poesia: «Siamo tesoro senza ricchezza/pietra splendente che non si apprezza/... noi che non viviamo vicino al mare/conosciamo bene il colore giallo del grano/senti amo l’odore che sale dalla terra/quando il paesaggio scompare nella nebbia».

Gaetano Menna

 

 

Il precedente disco
Sancto Ianne: "Ci piace 'scapulare' "

http://guide.dada.net/musica_progressive/interventi/2005/08/221417.shtml

 

 

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