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Teatralmente

Antonio Cosentino ed il suo avanspettacolo della crudeltà

A cura di Claudio Costantino

Pubblicato il 11/02/2008

Totò e Artaud, il cabaret e la tv demenziale, la comicità e la crudeltà, la finzione e la realtà, lo spettacolo e l’avanspettacolo…. Tanti gli ingredienti del teatro di Antonio Cosentino che riporta in scena, a Roma al Colosseo Nuovo Teatro dal 12 al 24 febbraio, “Antò le momò”

foto intervento

"Antò le momò"

avanspettacolo della crudeltà

di e con Andrea Cosentino

 

regia Andrea Virgilio Franceschi

consulenza drammaturgica Valentina Giacchetti collaborazione artistica Antonio Silvagni

maschere Andrea Cosentino

 

 

 

 

Al Colosseo Nuovo Teatro

via Capo d’Africa 29/A  Roma Tel.067004932

dal 12 al 24 febbraio 2008

dal martedì al sabato alle ore 21.00 domenica alle ore 18.00

 

 

 

"Antò le momò"; c’è tutto il teatro di Andrea Cosentino in questo titolo che parafrasa Totò e richiama Artaud. C’è tutta quindi la sua cultura classica e teatrale.

Ma c’è anche la sua ricerca e la sua passione per l’avanspettacolo come intrattenimento senza sensi di colpa, popolare nelle ambizioni e sofisticato negli strumenti e come qualcosa che viene prima dello spettacolo.

Nei primi del novecento l’avanspettacolo veniva rappresentato prima della proiezione cinematografica che era lo spettacolo vero e proprio.

Cosentino ci gioca mettendoci la sua arte di grande performer, la sua capacità lessicale tanto da essere stato definito dalla critica “un Fregoli della sintassi e della cadenza”, burattinaio di se stesso e dei suoi personaggi.

Unico attore in scena accompagna il pubblico attraverso storie comico – grottesche da teatro dell’assurdo sino a catapultarlo senza soluzione di continuità nell’attualità crudele e morbosa della cronaca nera così come ci viene “vomitata” dall’invasione mediatica (la crudeltà appunto che è il vero spettacolo).

Cosentino ci dice che lo spettacolo oggi è altrove, è nella realtà ed è uno spettacolo crudele di cui tutti  siamo costretti a cibarci.

Ma ce lo racconta con una capacità cabarettistica ed esilarante in alcuni punti, come nella rappresentazione di “telemomò”, televisione demenziale che manovra i burattini- attori come manovra gli spettatori.

Artaud stesso diventa un burattino.

Il finale non lascia spazio alla risata liberatoria che tutti potrebbero aspettarsi.

Al contrario un vortice di gag, un tempo incalzante, il virtuosismo da avanspettacolo, la tragedia improvvisa, peraltro appena accennata, un crescendo di emozioni contrastanti, confondono lo spettatore a cui rimane la domanda finale: quale può essere oggi, se esiste, il significato del teatro, affascinante ma effimero monumento?

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