(segue dal 1° intervento)
Qualche tempo fa, ci trovammo in una conversazione con una cantante sui modi di fare musica e sulle diverse concezioni che sono in uso nel nostro paese e non solo. Lei aveva studiato in scuole per interpreti del tipo l’accademia di Mogol ed altre. In queste scuole si può studiare, oltre che da interpreti, da autori – di testi – e da compositori – di musiche . Si può inoltre venire a contatto con professionisti e farsi così un’idea di cosa vuol dire lavorare in questo ambito. In breve: il senso ultimo di questa impostazione è far sì che l’esigenza del mercato, impersonata dal produttore, possa essere soddisfatta da prodotti e che questi possano essere costruiti con un sistema che funzioni con la massima efficienza: associare ad un testo, ad un brano o ad una voce parti che corrispettivamente possano integrarsi e così “funzionare” nel mercato musicale.
Ci rendemmo immediatamente conto che questo non accade facendo rock: esiste qua un aspetto di coralità del quale non si può fare a meno. Si suona insieme e spesso in modo tale che l’idea di un componente trova un seguito nei suoi compagni e quand’anche uno della band arrivi in sala con un pezzo già sostanzialmente fatto è comunque dal lavoro dell’insieme che nasce la forma compiuta. Il lavoro di David Bowie in Ziggy Stardust non esula da questo più del comporre insieme degli U2.
Non c’è un disegno già dettagliato, c’è un’idea e la si insegue e la si lascia “rotolare” fino a che questa non abbia la forma che ci piace. Let it roll. E’ questo il Rock che ci piace.
Akud









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