QUAL E' STATO IL MIGLIORE ACQUISTO DEL NAPOLI?
A cura di Nello Mascia
Pubblicato il 02/01/2005
Non più presidente di una squadra vincente, «costi quello che costi», Silvio Berlusconi resta comunque «il Milan» Il Presidente I trionfi in Italia e nel mondo, i consigli agli allenatori, il mito del «bel giuoco», i campioni come macchina elettorale. 18 anni da boss rossonero
Silvio Berlusconi non è più il presidente - neppure onorario - del Milan. Le dimissioni, date in ossequio alla legge 215 sul conflitto d'interessi, sono state commentate nel modo migliore da Paolo Maldini, capitano e bandiera rossonera: per Berlusconi «il Milan non è una società a scopo di lucro, ma un affare di cuore». Traduzione: Berlusconi resterà il Milan, alla stesso modo in cui è rimasto Mediaset, occupandosi come se niente fosse (anzi meglio) di tutti i suoi affari. Non è successo niente. L'occasione è comunque ottima perchè il sito internet del Milan, da ieri pomeriggio, si lanci in una spericolata biografia dell'imprenditore milanese che nel 1986 rilevò la squadra «amata fin da bambino», la salvò dall'abisso della B e la portò a vincere tutto «attraverso il gioco, lo spettacolo, e tutto ciò che potesse essere bello esteticamente». Sul pedegree di Berlusconi milanista non sembra esserci nulla da dire. Solo Sandro Mazzola ebbe il coraggio di testimoniare che ai tempi, il giovane imprenditore milanese ebbe un contatto con Fraizzoli per comprare l'Inter, ma poi non se ne fece niente.
Da presidente del consiglio, con la precisa ossessione di tutti i politici-tifosi, ha regalato invece qualche giorno fa alla Gazzetta il ricordo di una trasferta a Torino per Juventus-Milan degli anni `50. Vinse il Milan di goleada e Berlusconi ha ricordato con precisione tutti i marcatori. Non solo tifoso, ma pure ex allenatore - della squadra dell'Edilnord - ha spesso duettato coi suoi allenatori su questioni tecnico-tattiche rilevanti: la posizione di Savicevic con Capello, la mossa di Boban trequartista con Zaccheroni, le due punte sempre in campo con Ancelotti, gli schemi di Milan-Juve - finale Champions League - passati a Vespa.
Normale amministrazione, in fondo, per un presidente di calcio. È l'ossessione per il Bello, dai lontani echi platonici, a risultare invece del tutto singolare. Certo, all'inizio dell'avventura milanista, Berlusconi ebbe di sorte di scoprire uno come Arrigo Sacchi, moderno ideologo del calcio-spettacolo oggi chiamato a risollevare le quotazioni del Real Madrid, e l'incontro si rivelò addirittura rivoluzionario per l'epoca. E poi Berlusconi ha curato l'edizione dell'Utopia di Tomaso Moro, e dalla distratta esperienza massonica nella P2 deve avere pur tratto qualche lettura interessante: «Il Milan ha un missione, quella di vincere - disse in un discorso cultissimo tenuto in occasione della vittoria dell'ultimo scudetto - (...) sapendo bene che in campo non va una squadra con dei giocatori con la propria identità (...) Essi sono il paradigma di alcune virtù, che tutti vorremmo avere dentro di noi...». Il gioco del calcio come allegoria delle virtù: un discorso che non faticherebbe a trovare il suo posto dentro un libro di Dan Brown. L'idea che tutto sia cominciato con la vittoria in Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest, ancora comunista, è soltanto un mattone in più nella presunta costruzione dell'edificio dell'Impero del Bene.
Il calcio italiano dell'era Berlusconi non è esattamente l'Impero del Bene. Il Milan della sua gestione negli anni novanta ha fatto saltare il banco lasciando a tutti gli altri competitors l'onere di una rincorsa disastrosa e spesso fallimentare (Cecchi Gori, Tanzi, Cragnotti, tutti piccoli Berlusconi?). Il caso Lentini, finito in tribunale, con la lievitazione incontrollata degli ingaggi; il rapporto perverso tra calcio e televisione, sono tutti prodotti del Milan di Berlusconi e nient'affatto secondari. È singolare, ma non troppo, che Milan e Juventus dominino da qualche anno il campionato e la torta dei suoi ricavi miliardari: Berlusconi teneva il «ritratto di Agnelli sul comodino». Lo stucchevole duopolio del calcio italiano forse comincia da lì.
7 scudetti, 4 coppe campioni, 2 coppe intercontinentali, 4 supercoppe europee, 5 supercoppe di lega. Il palmares del Milan di questi anni resta impressionante. Così come il numero dei campioni in rossonero, da Van Basten all'ultimo pallone d'oro Shevchenko. Berlusconi ha fatto la fortuna del Milan. Ma come un apprendista stregone, finirà per condizionarne la sua storia nei secoli dei secoli. Del suo sfidante al collegio 1 di Roma nelle elezioni del `94, l'economista Spaventa, disse: «Non ha mai vinto una Coppa dei Campioni». Proprio quell'anno pronunciò la frase cult della sua gestione: «Faremo l'Italia come il Milan». L'allenatore di allora, Fabio Capello, la prese molto seriamente. Anche molti suoi giocatori, da Maldini a Massaro. Il Milan come macchina elettorale: del solo Zaccheroni si conoscono antiche simpatie vagamente di sinistra e benchè l'allenatore romagnolo abbia vinto uno scudetto inaspettato coi rossoneri, il suo nome è stato pressocchè espunto dalla grande storia del Milan e dai suoi tre cicli: Sacchi, Capello, Ancelotti. «E comunque non scordatevi - disse Berlusconi mesi fa - che il Milan è dei suoi allenatori, ma è soprattutto mio».
ALBERTO PICCININI