
Al massimo si può considerare un’ingiuria, ma non certo un’insulto razzista. La Corte di cassazione assolve l’espressione «sporco negro» dall’accusa di xenofobia con una sentenza destinata a suscitare polemiche. Per i giudici, infatti, la frase può indicare «generica antipatia, insofferenza o rifiuto» ma non si tratta di una manifestazione razzista e non aggrava, cioè, il reato di semplice ingiuria, poiché la nozione di discriminazione «non può essere intesa come riferibile a qualsivoglia condotta che sia o possa apparire contrastante con un’ideale di assoluta e perfetta integrazione, non solo dei diritti ma anche nella pratica dei rapporti quotidiani, tra soggetti di diversa razza, etnia, nazionalità o religione». La suprema corte così motiva l’annullamento di una sentenza di condanna per ingiuria aggravata da motivi di odio razziale, comminata a un venticinquenne prima dal tribunale e poi dalla corte d’appello di Trieste. Il giovane aveva subito i due processi per aver aggredito due ragazze colombiane. E, oltre ai reati di rissa aggravata e lesioni volontarie aggravate, veniva ritenuto colpevole anche di offese aggravate, poiché le parole «sporche negre, cosa fanno queste sporche negre qua» avevano come «obiettivo la specifica indicazione dell’etnia di appartenenza delle ragazze e la loro condizione di emigrate di colore che le privava del diritto di rimanere in Italia». In più per i giudici di merito «la frase denota chiaramente che l’aggressione fu motivata da intolleranza e risentimento razziale». Contestazione che il dispositivo del Palazzaccio ha fatto decadere, sostenendo che per configurare una discriminazione occorre che ci sia «restrizione o preferenza basata sulla razza, che abbia lo scopo di distruggere o compromettere il godimento, in condizioni di parità, dei diritti e delle libertà fondamentali».
Secondo Claudio Trincali, presidente del tribunale di Lagonegro, la sentenza lascia pensare che «in assenza di una forte limitazione, di un razzismo per così dire `attivo’ non si configuri l’aggravante. Eppure, rispetto a episodi così gravi, bisognerebbe tener conto di qualsiasi atto umano. E la parola non può essere certo classificata come un atto secondario delle relazioni umane». Il procuratore aggiunto di Salerno Michelangelo Russo spiega che «la massima giurisprudenziale che viene fuori da una sentenza della corte di cassazione è importante, ma il giudice nel caso concreto è libero di uniformarsi a seconda delle circostanze. Diverso è, infatti, il caso in cui l’ingiuria viene fatta senza intenti altri rispetto ad un’offesa generica da quando, invece, essa si configura come volta a perseguire un intento discriminatorio».
Hombre Comùn









Anteprima del commento