CAVALLERIA RUSTICANA

Melodramma in un atto Musica di Pietro Mascagni (1863 - 1945) Libretto di Giovanni Tagioni Tozzetti e Guido Menascoi tratto dall'omonima novella di Giovani Verga

Atto unico

Durante il preludio, a sipario chiuso, Turiddu intona una serenata - una
“siciliana” - a Lola, la ragazza cui s’era promesso prima di andare soldato e
che ha ritrovato, al suo ritorno, sposa a compare Alfio, un carrettiere
benestante. La scena rappresenta la piazza d’un villaggio nei dintorni di
Catania, a destra la chiesa, a sinistra l’osteria di mamma Lucia. Uno scampanio
festoso saluta la mattina di Pasqua mentre i cori giocondi dei contadini e delle
contadine si rincorrono dai campi e dagli agrumeti. Santuzza, amante di Turiddu,
rosa dal sospetto che il giovane sia tornato a trescare con la sua vecchia
fiamma (le hanno riferito d’averlo visto a notte alta presso la casa di Lola)
viene a cercarlo da mamma Lucia, che le risponde, gelida, di lasciare in pace
suo figlio. “Perché lo cerchi fin qui? Turiddu non c’è, è andato a prendere il
vino a Francofonte” le dice. “Non è vero - replica Santuzza - non s’è mosso dal
paese”. Lucia si turba a questa notizia, intuisce la verità e invita Santuzza a
entrare, per palare più liberamente. “Non posso entrare in casa vostra -
confessa la ragazza - sono scomunicata”. Il dialogo delle due donne viene
interrotto dal sopraggiungere di compar Alfio che, accompagnato da un gruppo di
compaesani, inneggia euforico alla vita errabonda e libera del carrettiere,
felice in fondo d’essere atteso a casa, ogni sera, dalla moglie fedele. S’aduna
intanto sulla piazza la folla per partecipare alla processione pasquale, che si
conclude poi in chiesa con la funzione solenne. Santuzza, scomunicata per la sua
relazione scandalosa con Turiddu, non può entrare nel tempio: ferma mamma Lucia,
che sta per avviarsi, e le rivela, in lacrime, il suo disperato amore per il
giovane: egli l’ha sedotta soltanto per consolarsi del matrimonio di Lola, ma il
suo cuore è ancora tutto per la sposa di Alfio, che lo ricambia con l’antica
passione, tradendo apertamente il marito. Mamma Lucia entra in chiesa,
angosciata da un trista presentimento. Rimasta sola, Santuzza vede avvicinarsi
Turiddu e l’affronta: deve essere il momento della chiarificazione, ma lui non
vuole ascoltarla. Prima tenta malamente di mentire sulle sue assenze da casa e
sui suoi incontri con Lola, poi, alle contestazioni incalzanti di Santuzza
oppone in crescendo tutto il repertorio d’arroganza maschile, passando
ipocritamente dai toni del fastidio per la “van gelosia” all’orgoglio offeso
all’indignazione minacciosa per aver dovuto sopportare tanta oltraggiosa
ingratitudine. A sua volta, Santuzza passa dalle accorate accuse per la scoperta
infedeltà alla rabbia, all’umiliazione e all’implorazione del perdono quando, di
fronte al calcolato “giusto sdegno” di Turiddu, ha paura di perderselo. Arriva
intanto Lola, canticchiando provocante uno stornello dedicato a Turiddu. Vedendo
i due, s’arresta un momento e chiede a Santuzza, con sarcasmo, come mai non vada
alla messa. “Ci deve andare chi sa di non aver peccato” risponde fiera Santuzza.
Entrata Lola in chiesa, riprende il confronto fra la finta collera di Turiddu e
l’esasperazione di Santuzza, che, alla fine, lancia la giovane un’oscura
minaccia : “Bada!”. Alla risposta di scherno di Turiddu che s’avvia alla chiesa
senza degnarla più di uno sguardo, gli urla la sua maledizione: “A te la mala
Pasqua spergiuro”. Quando sopraggiunge compar Alfio, Santuzza sconvolta, gli
svela la tresca di Turiddu con sua moglie. “Mentre voi correte all’acqua e al
vento a guadagnarvi il pane - gli dice - Lola v’adorna il tetto”. Alfio
l’ascolta con furore contenuto e, quando capisce che Santuzza gli racconta la
verità, giura di vendicare il suo onore. La funzione è finita, la folla esce di
chiesa, un gruppo di uomini si sofferma all’asteria. Turiddu invita gli amici a
un brindisi pasquale e offre da bere a compar Alfio. “Grazia - risponde Alfio -
ma il vostro vino non l’accetto. Mi sembrerebbe veleno”. “A piacer vostro” dice.
Le scarne parole di un’antica liturgia rusticana. Gli amici ammutoliscono.
Alcune comari si fanno intorno a Lola e l’invitano, sollecite, a rientrare in
casa. Poi il giovane stringe i un un abbraccio Alfio e gli morde, secondo il
rito, l’orecchio destro. “Compare, avere il morso buono, ci intendiamo bene a
quel che pare” replica Alfio freddamente. Il rituale della sfida è concluso,
l’appuntamento è immediato, negli orti vicini, appena fuori il paese. Prima di
seguire il rivale Turiddu invoca la madre, chiedendo la sua benedizione, come il
giorno in cui partì soldato. La povera donna non sa rendersi conto di quell’improvvisa
commozione ma Turiddu non le lascia il tempo di domandare, dice d’essere
alterato dal troppo vino bevuto e la implora, se ma i non dovesse tornare, di
fare da madre a Santuzza, che resterebbe sola al mondo dopo che lui l’ha
disonorata. Poi la bacia ripetutamente e fugge verso la campagna. Pochi momenti
dopo il dramma è compiuto. S’ode dai vicoli un indistinto mormorio e subito il
grido straziante di un donna che accorre sulla piazza: “Hanno ammazzato compare
Turiddu”.

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Pubblicato il giovedì 24 luglio 2003 in: Le trame

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