Atto primo.
Paesaggio roccioso presso un tempio circolare, Tamino in costume di caccia
giapponese entra inseguito da un serpente; (n. 1 Introduzione); egli invoca
soccorso; primo di scampo , cade al suolo svenuto. Si apre la porta del tempio e
ne escono tre dame velate. Tagliano a pezzi il rettile con il loro giavellotti.
Celebrano la vittoria sul mostro e si soffermano a contemplare l’avvenenza del
giovane. Se dovessero schiudere il cuore all’amore, egli sarebbe certo l’eletto;
adesso occorre avvisare la regina della sua presenza, e forse lo straniero potrà
renderle la pace perduta. Ciascuna delle dame vorrebbe affidare all’altra
l’ambasciata per poter restare sola accanto a Tamino. Infine risolvono di
partire assieme, e si congedano amorosamente dall’oggetto del loro desiderio.
Tamino rinviene, sorpreso osserva il cadavere del serpente. Da lungi si ode un
suono di siringa. Entra Papageno. Reca sulle spalle un’uccelliera, canta e si
accompagna con la siringa (n. 2 aria “Gente, e qui l’uccellatore”). Felice del
proprio mestiere, Papageno vorrebbe adoperare il vischio anche per le ragazze:
una volta che fossero in gabbia bacerebbe la prescelta e la cullerebbe come una
bambina. Tamino si avanza e interroga Papageno. Ma questi non sa nulla, non
ricorda il nome dei luoghi e neppure quello dei suoi genitori; vive barattando
gli uccelli contro il cibo che gli recano le dame della regina della notte.
Tamino scambia Papageno per un genio benefico. Soltanto un messo della regina
avrebbe avuto la forza di abbattere il serpente che lo inseguiva. Papageno non
smentisce, ma alle sue spalle le tre dame lo chiamano; come punizione della sua
bugia gli chiuderanno le labbra con un lucchetto d’oro. Le dame si rivolgono a
Tamino. Lo hanno liberato dal serpente. E la regina della notte gli invia il
ritratto della figlia. Tamino si perde nella contemplazione del ritratto (n. 3
aria “Oh, cara imago senza egual”). L’immagine è meravigliosa, e Tamino soccombe
all’emozione d’amore. Potesse incontrare l’amata, stringendola al petto, farla
sua. Se Tamino sarà valoroso quanto appassionato, dicono la dame, egli
raggiungerà l’amata. Adesso egli deve salvarla, un malvagio l’ha rapita e la
custodisce nel suo castello. Tamino si dichiara pronto all’impresa. Rimbomba il
tuono, le rocce si aprono e appare la regina della notte sul trono di stelle (n.
4 aria “Non paventar, mio buon figlio!”). Dacché la figlia le è stata rapita
essa vive nel dolore. Tamino la salvi ed essa sarà sua. Le rocce si riuniscono
(n. 5 quintetto), Papageno con le labbra cucite dal lucchetto chiede aiuto e le
dame lo liberano. La punizione è stata esemplare; se fosse inflitta a tutti i
bugiardi, l’orgoglio in amore. Il flauto è più prezioso dell’oro e delle corone,
commentano i cinque, perché esso solo può diffondere la felicità. Le dame
prescrivono a Papageno di scortare Tamino fino al castello di Sarastro. Papageno
è atterrito, ma vi è un dono anche per lui, un carillon. Gli strumenti magici
proteggeranno gli avventurieri. Magnifica sala egizia. Tre schiavi commentano la
fuga di Pamina, e si rallegrano per la mala sorte di Monostato che la
importunava con profferte d’amore.Ma ecco Monostato che entra trascinando Pamina
(n. 6 terzetto). Egli ordina agli schiavi di incatenare Pamina: questa implora
pietà: la madre ne morirà di dolore, poi si abbatte inanimata su un sofà.
Papageno fa capolino alla finestra e scorge Pamina. Improvvisamente Monostato e
Papageno si adocchiano l’un l’altro. Ciascuno dei due non ha mai visto un essere
umano tanto strano. Non può essere che il diavolo, è il commento reciproco, ed
entrambi se la danno a gambe levate. Pamina si desta ed invoca la madre. Rientra
Papagheno rimessosi dalla paura. Annunzia a Pamina lo scopo della sua missione
assieme all’innamorato Tamino. Pamina vorrebbe andargli incontro, soltanto ha
scoperto che Papageno sia un birbante mandato da Sarstro. Ma Papageno è la
miglior pasta d’uomo del mondo, la cui unica pena è di non aver ancora
incontrato una ragazza. Commossa, Pamina lo conforta: il cielo provvederà una
compagna anche per lui (n. 7 duetto) Bosco. Sullo sfondo il tempio della
scienza, collegato da colonnati, a destra, al tempio della ragione, a sinistra,
al tempio della natura. Entra Tamino, guidato da tre paggi (n. 8 finale). Questa
è la via della vittoria, cantano i paggi, ma occorse che il candidato sia
tenace, paziente, discreto. Tamino domanda se potrà salvare l’amata. La risposta
non è nel potere dei paggi; essi ripetono il triplice ammonimento e si
allontanano. Tamino si guarda attorno: il luogo gli appare la dimora
dell’ingegno, del lavoro, delle arti. Egli si avventurerà oltre le porte. Ma a
destra ed a sinistra due voci gli ordinano di arretrare. Batte alla porta
centrale ed appare un vecchio sacerdote. Interrogato, Tamino afferma di cercare
amore e virtù. Nobili concetti, replica il sacerdote, ma guidato dall’odio egli
non potrà trovarli. Tamino odia soltanto Sarastro, e quando apprende che egli
regna nel tempio della sapienza fa per allontanarsi, tutto è ormai ipocrisia. Le
opere del maligno palarono chiaro: ha rapito Pamina alle braccia della madre.
Egli è vittima di un inganno, replica il sacerdote. Tamino vorrebbe saperne di
più, ma ciò non gli sarà concesso. Il velo non si diraderà prima che l’amicizia
lo abbia guidato fra gli eletti, dice il sacerdote, e si ritira nel tempio.
Assorto, Tamino chiede quando si diraderà l’eterna notte. Presto o mai,
replicano le voci interne. E vive ancora Pamina? Vive, rispondono le voci.
Tamino esterna la propria gioia ella musica. Al suono del flauto accorano gli
animali. Grande è l’incantesimo dello strumento, commenta Tamino, se anche le
fiere cedono alla gioia. Soltanto Pamina sfugge alla magia. Tamino l’invoca,
suona fin quando la siringa di Papageno gli risponde. Forse egli ha già visto
Pamina; ed esaltato Tamino esce incontro all’amata. Questa entra assieme a
Papageno dalla parte opposta. Occorre trovare al più presto Tamino, altrimenti
vi è pericolo che vengano ripresi. Pamina invoca il promesso, ma Papageno ha di
meglio, suona la siringa e Tamino risponde con il flauto. L’esultanza dei due è
interrotta da Monostato che accorre con gli schiavi. Ma Papageno si ricorda del
carillon. Al suono dei campanelli i mori arretrano incantati. Se ogni giusto
potesse avere i campanelli, commentano Pamina e Papageno, tutti vivrebbero
felici. Un improvviso segnale di trombe e timpani ed il coro interno annunziano
l’arrivo di Sarastro. Papageno è terrorizzato. Cosa dirà a Sarastro? La verità,
replica Pamina, anche se colpevole. Acclamato dal coro, entra Sarastro su un
carro tirato da sei leoni. Pamina s’inchina: è colpevole, ma è stata costretta
alla fuga dalle attenzioni di Monostato. Sarastro conosce già il suo cuore, non
vuol piegarla ad amare contro la sua volontà, ma non può accordare la libertà.
La sua felicità sarebbe distrutta se egli le consentisse di tornare dalla madre:
senza la guida di un uomo, le donne abbandonano la retta via. Enta Monostato che
conduce Tamino. Gli innamorati si abbracciano. Furente Monstato li separa.
Chiede a Sarastro il compenso per il suo zelo. Vada per settantasette bastonate
sulle piante dei piedi, sentenzia Sarastro. Tamino e Papageno siano condotti nel
tempio per l’iniziazione.
Atto secondo.
Bosco di palme.
Le foglie d’oro, i rami d’argento, diciotto sedili con sopra una piramide ed un
corno nero incastonato d’oro. Sarastro ed i sacerdoti entrano in corteo al suono
di una marcia (n. 9 marca dei sacerdoti). La riunione degli iniziati di Iside ed
Osiride è specialmente importante, annunzia Sarastro. Tamino cerca la luce,
assisterlo sia il dovere di tutti. Tre sacerdoti interrogano Sarastro sulla
saldezza del candidato. Egli garantisce. E l’assenso collettivo è dato dal
triplice segnale di corni. Tamino si redimerà dal pregiudizio non appena
possederà la pienezza della scienza, prosegue Sarastro; Pamina gli è destinata
dagli dei. I sacerdoti convalidano con il triplice segnale. L’oratore degli
iniziati chiede se Tamino sarà in grado di superare le prove. Dovesse cadere,
raggiungerà la felicità presso Iside ed Osiride, replica Sarstro. Si ripete il
segnale. I candidati vengono affidati all’oratore e ad un altro sacerdote. Poi
Sarastro ed i sacerdoti invocano l’esistenza di Iside ed Osiride sui due (n. 10
aria con coro “Possenti numi”). Atrio del tempio con ruderi di colonne e di
piramidi. Tamino e Papageno avanzano incappucciati, condotti dal’oratore e dal
sacerdote. In distanza romba il tuono e Papageno è colto da terrore. L’oratore
interroga Tamino: si sente l’animo di sottostare alle prove, di affrontare la
morte? Tamino assente. Il sacerdote si rivolge a Papageno. Ma questi non è nato
per la sapienza, è un uomo di natura e si contenta di dormire, mangiare e bere,
magari gli piacerebbe una bella ragazza. Sarastro potrebbe provvedere una
Papagena, replica il sacerdote, ma occorre affrontare il pericolo, forse la
morte. Papageno è perplesso, se è così, preferisce restare scapolo. La prima
prova è quella del silenzio. Papageno promette di non parlare a Papagena. Tamino
non potrà rivolgere la parola a Pamina (n. 11 duetto). I candidati si guardino
dalle arti femminili, cantano i sacerdoti. Usciti i sacerdoti entrano le tre
dame (n. 12 quintetto). Rimproverano, minacciano: chi entra nella congrega di
Sarstro finisce all’inferno. Papageno vorrebbe ribattere, ma Tamino lo richiama
alla consegna. Le dame sono sconfitte. Un accordo terrificante, le dame
scompaiono inghiottite, e Papageno si abbatte gemente al suolo. Si ode il
triplice accordo. Rientrano l’oratore ed il sacerdote, si congratulano e avviano
i candidati verso le altre prove. Giardino delle delizie. Pamina dorme sotto una
pergola di rose. Monostato si avanza circospetto (n. 13 aria “regna amore in
ogni loco”). Egli dovrebbe restare privo d’amore soltanto perché è nero, ma
anche Monostato è di carne ed ossa, non può resistere alla tentazione di baciare
Pamina. Fra brontolio di tuoni sorge dalla terra la regina della notte e scasia
Monostato. Pamina si getta fra le braccia della madre: Tamino l’ha abbandonata
per consacrarsi agli eletti. Ma la madre non può più proteggerla. Sul letto di
morte il padre affidò il settuplice sole a Sarastro, ed alle sue proteste la
inviò a non indagare arcani incomprensibili. Se il padre era amico degli eletti,
chiede Pamina, perché Tamino non dovrebbe continuare ad amarla nel suo nuovo
stato? La regina s’adira. Affida alla figlia un pugnale (n. 14 aria “Gli anguii
d’inferno”). Essa lo giura: se Pamina non abbatterà Sarastro, l’attende il suo
perpetuo ripudio. Monostato ha assistito alla scena. Strappa il pugnale a Pamina
e tenta di ricattarla: se non cederà al suo amore rivelerà ogni cosa a Sarstro.
Ma Sarastro entra e lo scaccia. Pamina invoca clemenza per la madre, Sarastro la
rassicura (n. 15 aria “Qui sdegno non s’accende”). Vestibolo che verrà
attraversato da una macchina aerea coperta di rose. I sacerdoti riconducono i
candidati e rammentano loro la consegna del silenzio. Papageno si lagna: è
costretto al mutismo e manco gli hanno offerto un bicchiere d’acqua. Da una
botola esce un’orribile vecchia e gli porge l’acqua. Dice di avere diciotto anni
e di essere innamorata di Papageno; questi ride e si mette a chiacchierare con
lei, ma un orrido tuono fa sparire la vecchia e lo richiama al dovere. I tre
paggi sulla macchia aerea recano una tavola imbandita (n. 16 terzetto),
riconsegnano il flauto e il carillon ai candidati e li inviano a rifocillarsi;
la meta è vicina, raccomandano silenzio ed ardire. Papageno si consola mangiano,
Tamino suona il flauto. La musica richiama Pamina, ma l’amato non può
risponderle. Pamina è sconvolta (n. 17 aria “Ah, lo so, più non m’avanza”); se
Tamino non l’ama più, essa troverà pace nella morte. Si ode il triplice accordo
ai tromboni: è il segnale per allontanarsi. Papageno vorrebbe finire il suo
pasto, ma i leoni lo fanno desistere. La cripta delle piramidi (n. 18 coro dei
sacerdoti). La tetra notte è fugata dal sole. Presto Tamino sarà degno degli
eletti. Sarastro annunzia a Tamino di prepararsi all’ultima prova; quanto a
Pamina, dia a Tanino l’ultimo addio (n. 19 terzetto). Tutti escono. Accorre
Papageno che la perduto Tamino. L’oratore gli annunzia che è indegno degli
eletti. Papageno poco se ne cura, si contenta di un buon bicchiere di vino (n.
290 aria “Colomba o tortorella”). La felicità sarebbe possedere una bella
ragazza, canta Papageno accompagnandosi con il carillon. La musica fa accorrere
la vecchia. …. sposarla o restare per sempre a pane ed acqua. Papageno
preferisce il matrimonio, e la vecchia si muta in Papagena. Papageno vorrebbe
acchiapparla, ma l’oratore lo fa sprofondare. Giardino (n. 21 finale). I paggi
cantano il trionfo della sapienza solare sulla superstizione. Scoprono Pamina in
preda allo sconforto, e questa s’avanza con il pugnale donatole dalla madre. I
paggi arrestano il gesto suicida, la condurranno da Tamino, egli l’ama, ha
bisogno della sua assistenza per affrontare le prove. Due monti, nell’uno una
casetta di ferro. Due uomini in armatura nera scortano Tamino. Gli leggono le
massime incise su una piramide al centro della scena: chi batte la strada
dell’orrore sarà purificato dal fuoco, dall’acqua, dall’aria e dalla terra.
Tamino pronto, chiede che gli vengano schiuse le porte. Accorre Pamina, essa
affronterà la prova assieme all’amato. I due si abbracciano, e Pamina esorta
Tamino a suonare il flauto: suo padre l’ha ricavato in un’ora magica da una
quercia millenaria. Al suono di una marcia di flauto e timpani la coppia
affronta l’acqua e il fuoco. Superata la prova il coro invita i vincitori ad
entrare nel tempio d’Iside. Papageno chiama disperato sulla siringa la sua
Papagena: da che l’ha vista ha perso la pace, se nessuno avrà pietà dei suoi
appelli, conterà fino a tre poi si impiccherà ad un albero. Giusto a tempo
arriva la macchina con i paggi. Si vive una volta soltanto, e poi Papageno ha
scordato il carillon. Papageno fa tintinnare i campanelli ed i paggi fanno
scendere Papagena dalla macchina aerea. Gli innamorati si abbracciano, gioiscono
al pensiero dei futuri papageno. Dal sottosuolo escono la regina della notte, le
tre dame e Monostato. Voglio introdursi di soppiatto nel tempio. Monostato si fa
promettere la mano di Pamina. Brontolio di tuoni accompagna i progetti di
vendetta. Un attimo di violenta tempesta ed i cospiratori sono precipitati nella
notte eterna. La scena si muta in un sole abbagliante che avvolge Sarstro, i
sacerdoti egizi, Tamino e Pamina in vesti sacerdotali, il popolo e i paggi.
L’ipocrisia è vinta dal sole, annunzia Sarasto. Il coro di lode offre a Tamino
ed a Pamina la corona perenne della sapienza e della beltà.
daniulla








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