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Das Lied von der Erde

A cura di daniulla

Pubblicato il 12/12/2003

Di Nicola Berti

“DAS LIED VON DER ERDE” DI G. MAHLER E LA POESIA CINESE ALL’EPOCA TANG.

Abbiamo ascoltato per la prima volta nella nostra città - Adria - il “Canto della terra” (“Das Lied von der Erde”) di Gustrav Mahler (1860 – 1911). Si è trattato di una “prima”assoluta” nella versione per orchestra da camera trascritta da Arnold Schoenberg.
Il Lied, eseguito presso il Teatro Comunale, ha fatto parte della rassegna “Finestre sul ‘900” organizzata dal Conservatorio Statale di Musica “A.Buzzolla” di Adria che ha proposto altre iniziative musicali: i “Preludi e fughe” op. 87 di D. Shostakovic e la commemorazione del violinista adriese Francesco De Guarnirei (1867 – Venezia 1927).
Su questo “Canto della terra” si è scritto e detto moltissimo. Erede di Beethoven e di Wagner, Mahler segna il trapasso dal tardo romanticismo all’espressionismo. Compositore ipersensibile, si lascia andare nei meandri della psiche. In lui sono già presenti alcune concezioni pessimiste e nichiliste che stavano avanzando a quel tempo. Non ci sarebbero più paradisi né speranze, scalzate dalla disperazione cosmica ed individuale. Ma Mahler è solo l’iniziatore di questo filone. Seguirà subito dopo la sua morte il passaggio alla grande strada dodecafonica, al radicalismo di Schoenberg e di tanti altri compositori espressionisti.
Scrisse questo suo canto tra il 1907 ed il 1908, un momento molto delicato della propria esistenza. Costretto a dimettersi da direttore dell’Opera di Vienna, perde la figlia primogenita Putzi (colpita dalla scarlattina, subì le conseguenze di una difterite che la portò alla morte), gli viene diagnosticata una insufficienza cardiaca (“vizio valvolare bilaterale congenito”) e, inoltre, ha inizio una preoccupante fase di logoramento dei rapporti con la moglie Alma, la quale, qualche tempo prima, nello stabilimento di cura di Tobelbad, aveva conosciuto il giovane architetto berlinese Walter Gropius (col quale si sposerà poco dopo la morte di Gustav) e del quale rimase subito affascinata.
L’ispirazione per la composizione musicale di questo Lied gli venne durante le numerose visite ad Altschluderbach, poco distante da Toblach (Dobbiaco) in Val Pusteria dove Mahler si recava spesso per riposare. Qui si era stabilito in casa Trenker, ma il suo luogo preferito era una casetta di legno nel bosco dove si ritirava per comporre. (In questo luogo non iniziò soltanto a comporre questo suo Canto perché completò la Nona sinfonia e scrisse i frammenti della Decima: qualche critico, a proposito, come H.F Redlich e Adorno, vide in questi tre lavori “la trilogia della morte”. Per motivi di spazio, siamo costretti a tralasciare la “querelle” perché altri storici contestarono duramente questa affermazione).

Ritornando al nostro discorso, Mahler da diversi mesi portava con sé un libro che gli era stato regalato anni prima da Theobald Pollack, un anziano funzionario delle ferrovie amico del padre di Alma. Si trattava di un volume di 83 liriche cinesi raccolte da H. Bethge (“Die chinesische Flőte” - “Il flauto cinese”). Ne scelse alcune che decise di musicare. Nacque così quest’opera che è suddivisa in sei parti:
1) “Il brindisi del dolore della terra” (Das Trinklied vom Jammer der Erde);
2) “Il solitario in autunno” (Der Einsame im Nerbst”;
3) “Della giovinezza” (Von der Jugend);
4) “Della bellezza” (Von der Schőnheit);
5) “L’ubriaco in primavera” (Der Trunkene im Frühling); ed infine
6) “L’Addio” (Der Abschied)

In tali liriche gli autori meditano sulla vita e sulla morte, sulla natura e sui cicli del tempo. Poesie che risultarono congeniali alla condizione psicologica del compositore in quel momento. Tra i sei componimenti lirici, Mahler inserì anche alcuni dei suoi versi giovanili e, in qualche caso, modificò alcune frasi poetiche (soprattutto nell’ultimo canto dell’ “Addio”) E’ stato dimostrato che rispetto al testo originale, il compositore aggiunse versi e parole per rendere più drammatiche certe situazioni e per esprimere una maggior sofferenza e dolore di fronte ad alcune visioni e concetti. Al termine, definirà il Lied, “un lavoro del tutto personale”. Non dobbiamo scordare anche che in quel periodo, il compositore, dopo l’8.a sinfonia, era fortemente turbato perché era arrivato al fatidico numero “9”, che aveva segnalato il limite dell’opera sinfonica di Beethoven, Bruckner, Schubert. Infatti, non arriverà a completare la 10.a sinfonia di cui ci resta soltanto l’Adagio iniziale. Mahler, ipocondriaco (e un po’ superstizioso), anche solo per scaramanzia, aveva deciso di assegnare a questa composizione il n.9, come se fosse l’ultima e la intitolò “Il Canto della terra - Sinfonia per tenore, contralto (o baritono) e orchestra”. Invece, il Lied si inserì tra l’8.a e la 9.a sinfonia: tra la magniloquenza, l’enfasi e la ridondanza della prima (nota come la “Sinfonia dei mille”) e la profonda intimità della seconda che riassume il suo pensiero sui rapporti uomo – natura, vita – morte, desiderio di vivere in pace e di godere del Gran Tutto prima che giunga la fine. Quasi fosse il seguito del Canto della Terra.

In quelle liriche, che superficialmente sembravano un po’ astruse rispetto alla classica lirica occidentale, aveva conosciuto una Cina favolosa, lontana nel tempo e nello spazio, in cui tema dominante era soprattutto la natura. Quei prati, quei boschi, le montagne, gli facevano ricordare la sua Boemia dove era nato. Una terra della quale (affermava), sapeva assaporarne persino il profumo. Ne ebbe sempre tanta nostalgia, vi tornò qualche volta, ma fuori di essa si sentì sempre un estraneo. Soleva dire spesso di sé stesso (è risaputo): “Tre volte senza casa, come boemo in Austria, austriaco tra i tedeschi, ebreo nel mondo intero. Sempre un intruso, mai il benvenuto…”. Un conflitto col quale si abituerà a convivere.

Nel primo Canto “Il brindisi del dolore della terra” (scritto dal poeta cinese Li-Po) il cantore leva la coppa ed incomincia a suonare. Canta le sofferenza della terra “Quando la sofferenza si avvicina, il deserto copre i giardini dell’anima, sfioriscono e muoiono la gioia ed il canto”. Il leit-motiv è “Oscura è la vita, è la morte”, ma il cantore, per dimenticare, esorta a bere: “Vuotate fino in fondo le vostre coppe d’oro ! Oscura è la vita, è la morte”.
Nel secondo “Il solitario nell’autunno” (scritto da Chiang-Tsi) le nebbie e la brina autunnali fanno appassire la natura ed il cuore del cantore è stanco. Lui si sente solo, ha bisogno di sollievo ed aspetta il “Sole dell’amore” e gli domanda “perché non vuoi proprio più splendere per asciugare con mano lieve le mie lacrime amare ?”
Segue “Della giovinezza” (scritta da Li-Po) in cui gli amici si ritrovano lieti; bevono e parlano ed anche la natura sembra risplendere.
Nella lirica “Della bellezza” (scritta sempre da Li-Po) ci sono giovani fanciulle che colgono fiori di loto, il solo è d’oro, lo zefiro porta profumi.
Ne “L’ubriaco a primavera” (Li-Po) l’ebbro dialoga con un uccello. Se la vita è un sogno, afferma, perché tanti tormenti ? Io bevo e quando sono ubriaco dormo. L’uccello aspetta la primavera e quando arriva, l’ebbro canta e poi dorme ancora. In questo canto, l’indifferenza per la vita si associa ad uno stupore per i cicli del tempo.
Infine “L’addio”(sono state fuse assieme da Mahler liriche di Meng Hao-jan e Wang Wei): se ne va il sole, scende la sera, la natura pare quasi addormentarsi e gli amici tornano a casa. Ma se l’uomo è destinato a vagare nel mondo solitario e pensieroso per poi giungere alla fine della propria esistenza, “la cara terra dovunque fiorisce in primavera e verdeggia sempre di nuovo. Dovunque eternamente (in tedesco “ewig”) d’azzurro s’illuminano i lontani orizzonti. Eternamente…eternamente”. Si può dire che ciò non rappresenta solo il commiato del compositore, ma è l’immagine sonora di una civiltà che sta mutando e con essa cambiano i valori, gli ideali, i principi. Questo canto apparterebbe già ad un’epoca passata, sarebbe il simbolo di un periodo che profetizza e preannuncia la sua fine, ma nello stesso tempo anticipa inquietanti ed angoscianti interrogativi sul prossimo futuro.

Opera senza certezze, eppure profondamente religiosa”, afferma lo storico Maurizio Biondi, “ “il Canto della Terra” si congeda con un finale memorabile, nella trasfigurazione sonora e nel dissolversi della parola “ewig” (“eternamente”, per sempre) verso quelle “lontananze d’azzurro illuminate” di cui parla la poesia”.

L’interpretazione dell’Ensemble Laboratorio ‘900 del Conservatorio adriese diretto da Luca Belloni con i cantanti Leonardo De Lisi (tenore) e Cristiana Fogli (contralto) è stata molto apprezzata per il buon livello di preparazione e d’espressività. Soprattutto nell’ “L’Addio” l’esecuzione ha sfiorato la perfezione con quel continuo dialogare tra il contralto e l’orchestra ed i versi della poesia che terminano con quel “Ewig..” (Eternamente) ripetuto più volte.
Scrive ancora Maurizio Biondi, “L’essenza metafisica e la rivelazione delle cose ultime, stanno già di fronte all’uomo attraverso la meraviglia della natura e attraverso il sentimento dell’amore…come forza universale che, alla fine, risulta vittoriosa sul terribile incombere del male e dell’assurdo”.
La musica, come tante altre arti, è sempre stata profetica.

Mahler, con questo suo Canto, invita gli uomini ad amarsi e ad amare la propria terra e l’esortazione è così forte e possente come se il compositore avesse già inteso su quale tragico e luttuoso sentiero gli uomini si stavano incamminando.

Non c’è solo la musica che colpisce in questo canto “disperato”, ci sono anche le poesie di quattro poeti del periodo cinese della dinastia Tang (o T’ang) (618 – 907) periodo che è stato paragonato al Rinascimento occidentale. Corrisponde anche al periodo più florido della poesia cinese. Molti autori possono essere accostati ai nostri più grandi e famosi poeti. La loro produzione ha sfidato il tempo ed ogni vicenda storica che spesso ha stravolto questo grande Paese. Hanno costituito (e restano) l’espressione di un popolo con caratteristiche del tutto particolari che non hanno mai inficiato la loro validità artistica. I Tang si insediarono dopo la Dinastia Sui che riuscì a riunificate politicamente i vari Stati. Sotto l’imperatore Huang, artista e letterato, l’impero cinese raggiunse la sua massima estensione acquistando una notevole floridezza economica. Si afferma altresì che in quel periodo, la Cina possedeva una cultura tra le più ricche del mondo. Trionfa il buddismo che coesiste con l’antico rigore confuciano a cui si aggiunse l’individualismo di derivazione taoista. Nonostante tutto, riescono a convivere gli intellettuali più apprezzati e i cavalieri erranti, gli uomini di cultura e i nomadi, i poeti e i burloni di corte. Sono ripristinati gli esami di Stato e la prova di composizione poetica per concorrere al titolo di “chin-shih” (o jinshih). La gloria maggiore della letteratura (tornata ai classici), come abbiamo detto, è la poesia. La più ampia raccolta di versi dell’epoca, messa assieme nel sec. XVIII, comprende 48.900 poesie opera di oltre duemila autori. La poesia viene definita nei suoi generi, nelle forme, nella metrica ed il ritorno ai classicismo non esclude che gli autori si abbandonino a temi popolari e folcloristici.
Dei tanti poeti, noi tratteremo soltanto degli autori che interessarono Mahler per il suo “Das Lied von der Erde” e cioè: Wang Wei; Li Po (o Li Bai o Li Tai Po); Meng Hao-jan (o Meng Haoran o Mong Kao Yen); Chiang Tsi (o o Chang-Tsi o Chiang Chi). (La diversa denominazione è dovuta al metodo usato di trascrizione dei caratteri cinesi in caratteri latini tanto che sono stati utilizzati vari sistemi di romanizzazione del cinese come il Pinyin, il Wade – Giles, lo Yale, l’E.F.E.O., il Bopomofo ed il Chinese Post Office System. Alcuni di tali sistemi non sono più in uso).

Questi poeti molto diversi tra loro, hanno identici temi d’ispirazione: la natura è al centro del loro universo, strettamente connessa al ciclo del tempo e in particolare ai cicli naturali: nascita, crescita, maturità, vita e morte. In loro c’è anche tanta nostalgia della propria casa, della propria famiglia, dei propri amici perché spesso gli uomini di cultura a quei tempi venivano chiamati nelle corti reali per comporre poesie. Erano costretti ad abbandonare tutto per spingersi lontano dai loro villaggi. Sulla poesia del periodo Tang, il critico Demiéville scrisse che è “essenzialmente impressionista. Il tono epico e il tono oratorio sono estranei: si potrebbe dire che agisce direttamente sul sistema nervoso, e così risveglia risonanze sorde e potenti nei centri della sensibilità estetica”.

Riteniamo a questo punto fornire alcune notizie su tali poeti a completamento del nostro discorso.
Wang – Wei (699-759): nacque a Qixian e visse per lungo tempo a Hedong dove il padre era magistrato. Nel 721 superò gli esami e subito dopo venne nominato Assistente alla Sovrintendenza per la Musica a Chang’an. La sua carriera politica culminò con la carica di vice presidente dei Ministri. Era medico. E’ stato anche un pittore di grande talento. Le sue poesie furono raccolte dopo la sua morte per ordine dell’imperatore Daizong.
Li Po (701-762) è considerato in Occidente il più grande poeta cinese di tutti i tempi. Ci ha lasciato più di mille poesie e sessanta testi in prosa. Colto, intelligentissimo, ma un po’ indisciplinato e ribelle, da giovane girovagò per la Cina. Costituì assieme ad altri il gruppo “Sei oziosi del boschetto di bambù”. Nel 742 si recò nella capitale Chang’an e riuscì ad entrare nella corte reale. L’imperatore Xuanzong lo incaricò di scrivere poesie per le feste di corte e nelle occasioni solenni. Preferiva passare, però, il suo tempo libero nelle bettole da dove non usciva mai sobrio perché aveva un debole per il vino. Assieme ad altri otto amici bevitori aveva fondato inoltre il club “Otto immortali della coppa di vino”. Coinvolto in intrighi di corte, ritornò a vagabondare per la Cina. Lasciata la capitale, si stabilì a Shandong trasferendosi poi a Nanchino. Studiò taoismo. Per la sua attività artistica gli furono attribuiti diversi titoli “onorifici” postumi: Li Tai Bai (Li Bai il Sommo – anche per questo spesso lo troviamo scritto come Li Tai Po), Xian Bei (Pennello immortale), Xian Cai (Talento immortale) e Jiu Xian (per la sua fede taoista e la smodata passione per il vino). Morì a Taipin in casa di un amico calligrafo (era solito farsi trascrivere i versi da un perfetto calligrafo). Secondo alcuni sarebbe invece annegato in un fossato dov’era caduto perché ubriaco.
Meng Hao-jan (689-740): nacque a Xianyang. Al contrario di Li Po, era un poeta introverso, dalla vita regolata e ritirata, dedicata interamente allo studio. Nonostante tutto, non riuscì mai a superare gli esami di jinshih.
Chiang Tsi (765-830) Poche sono le notizie sulla vita e l’attività di questo poeta che possedeva molta grazia e dolcezza. Delle molte liriche scritte, alcune tradotte in italiano sono molto conosciute (ricordiamo per esempio la lirica “”Canzone della donna fedele”).

Nicola Berti  

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