Jenufa alla Scala

Recensione di Lorenzo Mascia

Dopo l’ottima Kabanova della scorsa stagione (indimenticabile la regia sull’acqua di Robert Carsen) la Scala ripropone Janacek ed è un altro grande successo, decretato sia dal pubblico sia dalla critica.
Le regia di Stèphane Braunschweig è azzeccata, lavora molto sulle luci e sui chiaro-scuri, riuscendo sempre a cogliere le situazioni tragiche della vicenda, evidenziandole al meglio. Uno stilizzato mulino esce da una botola stretta e larga quanto il palco, proiettando lo spettatore nella civiltà contadina che fa da sfondo all’intera vicenda. Il lettino del bambino bianco, illuminato dalla una forte luce romboidale contornato da pareti marrone scuro trasmette l’idea di una prigione dalla quale il bambino non può sfuggire al suo macabro destino. Bella anche la scena del terzo atto dove le panche della chiesa vanno rimpicciolendosi man mano che si allontanano, amplificando la prospettiva del palco; sullo sfondo si apre poi dalla parete una grande croce.

Ottima l’orchestra, ben diretta dal maestro Koenigs, con uno xilofono che per una volta suona quasi sempre trasmettendo anche l’idea del tempo che passa e che dire poi di quel fantastico primo violino nella scena dell’infanticidio. Una direzione all’altezza della bellezza di tutto lo spettacolo.

Tutti bravi i cantanti, in primo luogo la sagrestana, Anja Silja, applauditissima alla fine, che oltre ad un bel canto mostra un’interpretazione impeccabile. Jenufa è interpretata dall’americana Emily Magee, anche lei molto calata nel personaggio. Limpido è il timbro di Laca, Miro Dvorsky, mentre mi è sembrato un po’ troppo anziano per il suo personaggio l’altro protagonista, il rubacuori Steva, Ian Storey. Tutti gli altri interpreti hanno dato il loro contributo alla riuscita di uno spettacolo di altissimo livello, forse il più bello della stagione.

Ottimo il coro diretto dal maestro Bruno Casoni.

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Pubblicato il martedì 15 maggio 2007 in: Recensioni

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