Elegy for young lovers

Recensione di Antonio Guida

S. CARLO DI NAPOLI APRILE 2007:”ELEGY FOR YOUNG LOVERS”. OTTIMA PERFORMANCE CANORA DEI PROTAGONISTI, MA IL PUBBLICO FATICA AD APPLAUDIRE L’OPERA.
Già estate all’esterno del teatro partenopeo, ma pieno inverno all’interno con uno spettacolo che ha “raffreddato”anche le menti dei più appassionati. Se infatti l’innovativo CANDIDE, dell’americano Bernstain, nel Febbraio di quest’anno ha lasciato nel cuore di chi l’ha udito un tenero ricordo come se fosse il profumo di una vergine distesa scozzese, il caso ha voluto che l’ancora più innovativa ELEGIA PER GIOVANI AMANTI del tedesco Henze, non è risultata purtroppo di pari esito, scaraventando i seduti in un vortice di perplessità nonché di incertezza generale. Ma cos’è successo?
In primo piano, va detto anzitutto che i vuoti più profondi li ha scavati senza ombra di dubbio la musica; così povera di melodia, di un tema, di una linea; insomma una musica talmente monotona quanto astratta e insignificante che altro non ha provocato che uno snobismo di massa, accelerato sempre più sia da fugaci passaggi armonici medio orientali (fuori tema con la trama) che da quel continuo suono di percussioni che hanno caratterizzato la partitura orchestrale per almeno l’ottanta per cento dell’intera opera.
Stesso risultato per quanto riguarda il pentagramma dei cantanti; tale infatti è stata un’opera quasi priva di arie soliste, ma per lo più stracolma di recitativi; ma attenzione: il recitar cantando in questione si è allontanato anni luce da quello che ci hanno insegnato i signori dell’ottocento; ora infatti ci si è trovati di fronte a recitativi secchi, dalla difficile logica musicale e che di rado hanno preceduto qualche terzetto. Tale illogica musicale, orchestrale e di canto, si è alla fine rovesciata irreversibilmente sulla figura del protagonista, rendendogli difficile l’impostazione scenica della personalità del personaggio principale, che per quanto in abito di un poeta baritono sia stato designato dai poeti Auden e Kallmann, è rimasto decisamente dietro le quinte in termini di protagonismo.
A vuotare ancora di più il sacco contenente gli applausi finali, anche se in modo minore, ha contribuito poi l’ambiente appositamente creato ove si è svolto il tutto; molti infatti si sono sentiti insoddisfatti anche da un punto di vista “visivo”, con quella scenografia a sipario alzato così opaca e…”incolore” e con quei costumi ora moderni, ora anni cinquanta, che provocavano quasi un effetto di distorsione con gli elementi scenografici presenti; tutto ciò voluto da Pier Luigi Pizzi, che per l’appunto si è assunto la responsabilità di curare la regia, le scene e i costumi.
Qualche lancia a favore del compositore, (e del regista) l’hanno però spezzata il cast dei cantanti.
La vedova Hilda Mack è stata ottimamente cantata dal soprano Isolde Siebert che oltre all’indiscutibile candore della linea di canto sostenuta, ha messo in luce anche le sue eccellenti doti di recitazione. La segretaria del poeta invece è stata messa sul palco dalla bravissima contralto Elizabeth Laurence, mentre il personaggio principale, ovvero il poeta Gregor Mittenhofer, è stato interpretato dal degno baritono Andreas Schmidt. L’anzianità di mestiere, non ha tradito nemmeno il basso Alfred Muff che si è vestito nei panni del dottore Wilhelm Reischmann, mentre leggermente scarico di voce, ma comunque bravo, è stato il tenore John Bellemer che ha cantato nel ruolo dell’innamorato Tony; una nota di merito particolare, va data infine al maestro Jonathan webb, il quale non si è lasciato sicuramente impaurire dal contesto musicale sopraccitato e ha diretto gli orchestrali (e in modo particolare i percussionisti!!) in modo a dir poco esemplare.
Il soggetto dell’opera non è male, e per alcuni versi ricorda addirittura dei libretti musicati da Verdi e Puccini. A questo punto, anche se la si vuole inserire in un contesto di opera moderna (la prima è del 1961) ELEGY è uno spettacolo musicale che nella sua interezza resta decisamente fuori dai proverbiali ranghi romantici, buffi o drammatici; e per tale inclassificabilità è risultata molto difficile da ascoltare, da seguire e quindi da applaudire.
Se quindi alla fine da una parte qualcuno ha cercato di consolarsi prendendola con filosofia e ripetendosi il proverbio che non tutte le ciambelle riescono con il buco, qualcun altro (meno filosofo) stava invano trovando una motivazione valida ai novanta euro spesi per sedersi in poltrona….qualcun altro ancora invece, ha tagliato ai ferri corti, si è alzato e ha preferito andarsene nel bel mezzo dello spettacolo, preferendo una passeggiata in via Toledo a quello spettacolo così incomprensibile, ma certamente non bruttissimo. DI GUIDA ANTONIO

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Pubblicato il martedì 29 maggio 2007 in: Recensioni

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