SIPARIO AMERICANO AL S.CARLO DI NAPOLI: IL CANDIDE DI BERNSTAINE SOMMERSO DAGLI APPLAUSI
Bellissimo, stupefacente, innovativo, moderno; insomma il pubblico napoletano che nell’ultima decade di questo tiepido Gennaio ha assistito al capolavoro del bravo ragazzo ideato da Voltaire e musicato dal genio americano di Bernstein non ha avuto dubbi: opera o no, lo spettacolo è piaciuto.
Certo chi di per se ama il melodramma verace, avrà forse applaudito con meno convinzione, ma allo stesso tempo tale ha saputo sicuramente apprezzare un coktail nel quale erano miscelati folgoranti musiche statunitensi (ma novelle per un teatro d’opera di routine), luci, colori ed effetti stile alla Walt Disney, atmosfere e coreografie francesi con parentesi spagnole e non ultima la pura freschezza vocale da parte degli artisti.
La fortuna dei melomani del bel canto, ha voluto infatti che una meravigliosa voce di un avvenente tenore che risponde al nome di Brandon Jovanovitch, (al suo debutto al San Carlo) accarezzasse dolcemente l’udito e i sentimenti dei presenti, alternando fraseggi romantici a formidabili piani che frequentemente hanno trovato ampio terreno in toccanti ariosi e duetti; ora malinconici, ora esultanti e talvolta ricordanti addirittura virgole di pentagrammi pucciniani.
Anche lei per la prima volta al teatro partenopeo, ma in piena forma e padrona assoluta del personaggio di Cunegonde si è dimostrata il soprano Laura Aikin, che con la spensieratezza del suo canto e la svettante estensione del suo registro vocale che gli ha permesso senza troppi complimenti di mascherare a polmoni pieni più di un MIb in sovracuto, ha dato la giusta sfacciataggine e sex appeal alla reginetta di Westfalia.
Da apprezzare in tutta la sua spumeggiante intepretazione il baritono Alan Opie che si è cimentato in ben quattro personaggi, a ciascuno dei quali ha dato senza alcun problema il giusto peso vocale, comico e scenico. In altri tre personaggi si è nobilmente vestita l’ugola di Stuart Kale, mentre dal canto baritonale con qualche acuto da tenore si è spiegata la simpatia di William dazeley che ha interpretato Massimiliano e il capitano.
Lievemente stanca ma comunque convincente è stata il mezzo soprano Carole Farley nelle vesti della old lady, mentre un po più dietro le quinte è rimasto il personaggio di Parquette interpretata dalla nostrana Cinzia Rizzone.
Da ben valutare l’ottimo sostegno dei comprimari quali Gregory Bonfatti, Armando gabba, Hector guedes, Thomas Morris, Andrea Martin, Andrea Snarski. Simpaticamente infine, hanno collaborato tutti gli artisti del coro coordinati dal maestro Marco Ozbic.
Mentre così da una parte lo spettacolo assumeva tutte le tinte dell’arcobaleno, grazie anche all’ottimo supporto delle fastose scene ideate da Nicola Rubertelli e dai variopinti costumi di Giusi Giustino, dall’altra il tutto era saggiamente accompagnato dalla voce fuori campo di Adriana Asti, che sebbene un po rauca, ha cercato in qualche modo di rendere quanto più possibilmente comprensibile le innumerevoli quanto inafferrabili vicende dell’ottimista Candide, che alla fine ha sposato la sua Cunegonde niente poco di meno che a Venezia, scampando a mille pericoli per il mondo intero.
Vogliamo chiamarlo musical? Vogliamo chiamarla operetta? Vogliamo chiamarla opera lirica moderna? Esclamiamo semplicemente dicendo che la regia curata da Lorenzo Mariani ha voluto in sintesi mettere in scena un Candide particolare in modo tale da lasciare un segno positivo nonché un sorriso proprio a tutti gli ascoltatori del duecentosettatenario teatro italiano e con tanto di buon augurio e duro lavoro sembra proprio che i sorrisi finali, uniti agli applausi hanno sinonimato un: ci sei riuscito; la magistrale bacchetta del buon Jaffrey Tate ha fatto il resto, accompagnando tutti saggiamente per il viaggio, un viaggio che si è rivelato un cross over a cavallo tra il bel canto e lo spettacolo moderno.
Candide al San Carlo di Napoli
Recensione di Antonio Guida
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Pubblicato il martedì 29 maggio 2007 in: Recensioni
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