Werther a Napoli

Recensione di Antonio Guida

PIOGGIA DI BIS GRIDATI DALLA PLATEA PER IL “POURQUOI” DI JOSE’BROSS: IL TENORE SPAGNOLO LI ACCONTENTA E COSì CONQUISTA IL CONSENSO DEI FRANCESI E IL CUORE DEI NAPOLETANI.

Se nel lontano 1774 il signor Johann Wolfgang Von Goethe ideò un romanzo il cui protagonista doveva essere un giovane sognatore ventenne condannato poi all’eterna disperazione per amore fino a suicidarsi; nel Maggio del 2007, tale meglio non poteva essere messo in scena da una fiamma proveniente dalla Spagna, che sebbene non più in verde età al suo stato di fatto rispetto al ruolo, ha rispettato eccezionalmente il carattere e le sensibilità di un giovane personaggio che risponde al nome di Werther.
Dopo il preannunciato “salto” della prima, il mozzo di poppa, per ordine del capitano Yoram David (in sostituzione di Oren) ha preso l’ascia e spezzando la fune dal molo ha fatto salpare una nave stracolma di forti emozioni suddivisa questa volta in quattro recite.
Approfittando di un tale contesto linguistico, l’affluenza del “popolo gallo” in sala è stato tale, (specialmente nelle prime due recite) che più al S.Carlo di Napoli sembrava di essere all’opera di Parigi, ma comunque, francesi, italiani, o inglesi quali fossero, si sono alla fine uniti poi tutti nella sincerità degli applausi che magnificamente si sono meritati tutti gli artisti in scena.
Cantare il ruolo di Werther non è difficile, è difficilissimo; sia per l’assiduo impegno vocale, perimetrato da un alternarsi continuo di fraseggi, piani e incisività di accenti; che per la “muta” psico-interpretativa che il personaggio esige nel corso dell’opera; ad ogni modo, tutto ciò sembra non aver impressionato affatto lo scritturato di turno Josè Bross, che come un antico orologio a pendolo ha inscenato un altalenarsi tra la dolcezza e le speranze dell’ essere sognatore del suo personaggio, (dall’”O nature”) per passare gradualmente ad una più profonda irruenza suscitata da un amore nato improvvisamente; giungendo infine alle drammatiche declamazioni scaturite da un tale sentimento ricambiato solo passivamente; quindi la disperazione del “Porquoi”; un pourquoi bissato a pieni polmoni nell’ultima recita per accontentare un loggione (e non solo) all’apice del delirio. Grazie Josè; grazie non solo per averci ridonato le stesse emozioni, ma anche per averci favorito il ricordo del compianto Kraus che dodici anni fa cantò il suo ultimo Werther nel teatro partenopeo.
Se quindi da parte sua Mr. Bross si è assicurato gli applausi in banca, lo stesso ha fatto anche l’italianissima Sonia Ganassi, che con tanto di modestia ha dato vita ad una Charlotte pulitissima ma soprattutto chiarissima: nella sua interpretazione, non vi erano infatti dubbi che ella amasse inconsciamente Werther e che era frenata sia da una promessa materna che da una stima per Albert; la sua voce, sonora e squillante, ha fatto il resto, incrociandosi teneramente alla sicura personalità scenica dimostrata. Applauditissima.
Un po troppo freddo sul palco, (anche se lo prevede il ruolo) ma comunque pienamente padrone delle sue doti artistiche è stato il personaggio di Albert interpretato dal russo Albert Schagidullin, (vicino di casa del celeberrimo Vladimir Galouzine) che a Giugno ci farà ancora compagnia cantandoci il padre della Violetta verdiana. Brillantemente si è accreditata la sua dose di successo anche Sophie, cantata dalla dolce Donata D’Annunzio Lombardi, (per la sua prima volta a Napoli) che con la sua linea asciutta e sbarazzina e la sua voce leggera e svettante, ha fatto ben intendere la sua spiccata attitudine per i pentagrammi mozartiani e donizettiani.
Ottime infine le esecuzioni del basso sir Enzo Capuano nel ruolo del borgomastro, del baritono Pietro Picone nella parte di Shmidt e del tenore Andrea Porta, nella parte di Johann.
Gli allestimenti scenografici sono giunti tutti via terra dall’ultima produzione di Francoforte, mentre per via aerea à giunta la costumista tedesca Wolfgang Gussmann. Entrambi, (scene e costumi) fondendosi hanno reso distintamente l’idea, anche se gli abiti sapevano un po più di francese rispetto alla scene di carattere un po monotono che a fatica suggerivano una Francia del 1700; il tutto quindi, diremmo oggi, in “chiave moderna”.
La bella maestra Sefania Rinaldi ha diretto il coro di voci bianche, e l’umiltà del giovane regista Willy Deker Ha portato tutti sul palco coordinato i ciascuni movimenti e espressioni. Grazie a lui, tutti coloro che hanno collaborato per la realizzazione di tale spettacolo, alla fine hanno sorriso e gioito del lavoro compiuto e delle soddisfazioni avute; me compreso che ho avuto la fortuna sia di lavorare in tale opera come figurante e sia di conoscere ancora una volta un mondo fatto arte, esecuzione e professionalità davanti alle quinte e di sacrifici, lavoro e sorrisi dietro alle medesime; in particolar modo con i comprimari, qualcuno mi ha confessato che per lui è stato un gioco da ragazzi eseguire il proprio ruolo, qualche altro che si è divertito da morire, qualcun altro invece che gli riusciva difficile uscire dal personaggio…per quanto riguarda il protagonista….be lui ha preferito morire perché solo la morte avrebbe potuto liberarlo dalla sua ossessione per Charlotte, ed è morto in un modo talmente nobile che lo stesso Jules Massenet, in compagnia dei librettisti Blau, Milliet e Hartmann, a distanza di 233 anni, ne sarebbero rimasti fieri. Di Guida Antonio

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Pubblicato il giovedì 31 maggio 2007 in: Recensioni

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