Quante volte, in un anno, vai a Teatro ad assistere ad un'opera lirica?
A cura di daniulla
Pubblicato il 31/10/2007
Quattro soprani ci hanno ricordato le note del maestro Righini
di Antonio Guida
“La mia passione per Vincenzo Righini nasce nel 2003.…” Con queste parole il maestro Gioacchino Zarrelli, in vesti di direttore artistico dello spettacolo, ha aperto la serata del 26 Ottobre nell’auditorium “Gianni Vergineo” del Museo del Sannio di Benevento; serata intitolata “L’art du Chant” e dedicata per l’appunto al sopracitato tenore, didatta e compositore Bolognese del 700: Vincenzo Righini. Le vie di fatto hanno visto in seguito protagoniste quattro eccezionali voci femminili che hanno inizialmente eseguito degli studi vocali e poi interpretato arie, duetti e quartetti sempre dello stesso autore.
Il mezzo soprano Raffaella Cimmino risentiva di un leggero squillo e “intensità” sopranile che l’affaticavano leggermente sulle tessiture da mezzo che ha messo in voce; ciò sembrava palesarle in volto un po di preoccupazione nell’esecuzione delle dinamiche vocali, il leggio inoltre ostacolava la sua gestualità, ma tutto sommato l’intenzione di esprimere i suoi testi era più che evidente.
Tale intenzione era un po meno nitida in una voce da soprano lirico leggero di nome Irma Culicigno nascosta esasperatamente dietro al leggio per tutta la serata, e se anticamente i nostri avi non riuscendo a riempire per intera la brocca di vino la mescolavano con l’acqua per fare comunque 100 su 100, così anche lei ha ben pensato di tappare le innumerevoli lacune interpretative con una tecnica di emissione da far invidia anche a professionisti di serie A.
Grande sorpresa per una particolare vocalità da soprano lirico corrispondente a quella di Viviana Manisco. La sua sicurezza scenica ha dato poi un ulteriore impulso alle sue esecuzioni così vigorose e credibili. Veramente di gran gusto.
Ne è rimasta l’ultima: Daniela del Monaco.
Il modernismo operistico, anche ad alti livelli, vuoi per motivi di stipendi, vuoi per voglia di innovare, vede purtroppo protagonisti nella “maggior parte censita”, artisti che osano differenziare una esecuzione “formato concerto” da una esecuzione “formato scenica”. Il soprano sopra citato fortunatamente ha scelto di essere fuori da un tale giro, ovvero, ha scelto di fare la differenza.
Le sue interpretazioni infatti eliminando dolcemente quella fredda linea di confine tra “concerto e opera”, oltre a rendere l’illusione del perfetto equilibrio del recitar cantando, catturavano fugacemente l’attenzione anche dei “meno presenti” proiettando il sapore dei loro pensieri quasi in un contesto di impressione mistica. La sua voce poi, così educata e composta nei legati sembrava sottrarre la Joan Sutherland all’oblio quando calcava i colori alti dei suoi gradi. Senza ombra di dubbio, nelle fibre delle sue corde e nell’iride del suo sguardo, vi alberga una imparagonabile esecutrice del repertorio lirico con maturità drammatica.
Daniela del Monaco quindi non è solo un soprano, è un artista con i petali che profumano di presente e le radici che si saggiano di passato e per tale non è assolutamente un caso se sul corso principale di Benevento mentre alcuni si ponevano ancora l’eterno interrogativo “..di che colore fosse il cavallo bianco di Napoleone..”, altri nella sala dell’auditorium si chiedevano come mai una ragazza di tali spiccate doti vocali e interpretative non abbia ancora svoltato nel mondo del teatro d’opera. Misteri della vita umana e delle menti scritturali moderne.
Per tutti e quattro i soprani, seduta al pianoforte, sempre attenta agli accenti melodici della sua partitura, c’era la pianista Stefania Ganeri.
Applausi quindi a bizzeffe sostenuti da un pubblico eterogeneo composto da parenti, allievi, didatti e vertici del conservatorio statale di musica “N. Sala” di Benevento. Tutto ciò senza esclusioni di foto, urla incitanti e bouchet di fiori finali per il gentil sesso artistico; tutte d.o.c. del medesimo conservatorio, nonché allieve del maestro Zarrelli.
Nel lontanissimo 700 il maestro Vincenzo Righini ha riempito la mente e il cuore dei belcantisti e non solo. Egli, partendo da Bologna, con estremo senso del dovere e con concitata passione ha portato la sua voce, la sua bacchetta e la sua scuola in tutta Europa e quando si trovò a tornare per un breve soggiorno nella sua città natale morì, come se il suo destino doveva alimentare la leggenda del.. “..Bologna ha visto i miei occhi aprirsi, l’Europa ha sentito le mie virtù propagarsi, Bologna ha visto i miei occhi chiudersi.”
Grazie maestro Righini per ciò che ci hai tramandato, grazie maestro Zarrelli per avercelo fatto ricordare.