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Recensioni

Norma al Teatro Massimo

A cura di daniulla

Pubblicato il 11/01/2008

Recensione di Gigi Scalici

Vincenzo Bellini

Norma

Teatro Massimo di Palermo

Rappresentazione del 30 dicembre 2007

 

 

Con l’ultima rappresentazione di Norma all’antivigilia di Capodanno, si è conclusa la stagione lirica del Massimo teatro palermitano.

Capolavoro del trentenne Vincenzo Bellini, è annoverata tra i fondamentali melodrammi dell’ottocento.

Dalla tessitura musicale apparentemente semplice, come tutte le altre composizioni di Bellini, l’opera è invece di difficile esecuzione, sia per l’orchestra, sia per i cantanti. Non è infatti difficile trascurare il fondamento belcantistico, per lasciarsi trasportare da quello eroico e drammatico.

 

La direzione del maestro Bruno Campanella, come già detto in altre occasioni profondo conoscitore di musica sinfonica e belcantistica, è stata curata nei particolari per quanto attiene all’ouverture ed alle numerose pagine dedicate alla sola orchestra, con tempi piuttosto stretti e dai vivaci colori in tutte le sezioni strumentali. Per il resto ci è sembrato invece che il direttore assecondasse troppo nei tempi le voci soliste.

Non entrando pertanto nel merito squisitamente musicale che riserviamo ai professionisti, possiamo dire di avere comunque assistito nel complesso ad una buona rappresentazione dell’opera, con ampi consensi da parte del pubblico, anche a scena aperta.

 

Dimitra Theodossiou può essere considerata una veterana del ruolo principale: esperto soprano lirico spinto, nota in campo nazionale ed internazionale e che calca le scene sin dalla fine degli anni novanta, è oggi tra le interpreti più assidue del melodramma ottocentesco, anche se la sua vocalità per estensione e timbro sembrerebbe più adeguata alle eroine verdiane, piuttosto che alle interpretazioni belcantistiche che richiedono una particolare agilità.

In questa ultima recita la sua “casta diva” – abbastanza critica, non solo per le difficoltà dell’aria, ma anche perché cavallo di battaglia di tutti i più grandi soprani che l’hanno preceduta - è stata risolta con assoluta sicurezza, particolare trasporto e con adeguate mezze voci; è stata in effetti una preghiera accorata e senza particolari forzature d’effetto nelle ascese melodiche.

 

Nel ruolo di Pollione, affidato nel passato soprattutto a tenori leggeri, come Monti e Filippeschi, ma anche a calibri come quello di Franco Corelli, abbiamo avuto modo di apprezzare il bel timbro lirico di Francesco Hong, distinto Calaf nella ultima Turandot al Massimo di Palermo.

Di ottima e chiara dizione, nonostante le origini orientali, è stato all’altezza del ruolo a parte una non adeguata presenza scenica, causata dalla modesta altezza e dalla cospicua corporatura, accentuate ancor più da una certa staticità registica che ha influenzato tutti i personaggi in scena. Avremmo infatti gradito una rappresentazione più dinamica e con un maggior giuoco di luci, oltre che con scene e costumi più adeguati all’evento storico, anche se la scelta dell’allegoria e dell’essenzialità è più che adeguata ai tempi correnti.

Buoni i duetti di Norma e Pollione e gli interventi del coro, con un concertato finale bellissimo ed emozionante.

I duetti tra Norma ed Adalgisa invece non hanno particolarmente convinto, forse per una mancanza di affiatamento tra le due voci femminili, forse per la poca esperienza nel ruolo di Adalgisa da parte di Nidia Palacios, dalle belle corde estese di mezzosoprano, ma che dovrà affinare il proprio stile di canto.

Abbiamo infine apprezzato l’Oroveso del giovane e dignitoso basso Riccardo Zanellato, nelle poche pagine dedicategli dalla partitura belliniana.

 

In definitiva, pur non essendo stata la Norma che avremmo voluto, è stato  uno spettacolo piuttosto gradito – a parte una noiosa attesa di un cambio di scena per un disservizio tecnico - con tanti applausi per tutti ed in particolare per la signora Theodossiou.

 

Gigi Scalici

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