Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 25/03/2003
I no in relazione al mezzo
1) Per quanto riguarda il primo punto, cioè l’inaccettabilità assoluta del mezzo, esso si alimenta di due grandi correnti ideali, alquanto diverse e, per molti aspetti, incompatibili.
A) Un primo gruppo di pacifisti, tra quelli che sostengono la assoluta inaccettabilità del mezzo, si richiama ad una fede radicata e profondamente sentita, in nome della quale ogni vita è sacra e ogni vita è nelle mani di Dio. Con tale fede nel cuore è ovvio che ogni atto di forza è inutile, superbo, perfino empio pensando e agendo come se fosse possibile di sostituire l’uomo alla provvidenza e alla giustizia divina. In fondo anche in altri campi, come ad esempio nella salute, si possono osservare posizioni similari e credo che, se questa ottica è rispettabile come scelta morale individuale, non ha evidentemente alcun senso in quel campo particolare dell’agire umano che è la politica, dove l’etica dei principi deve lasciare il campo all’etica della responsabilità.
Per rendere più comprensibile questa distinzione facciamo un esempio. Chi si attiene all’etica dei principi può decidere di non uccidere, pur avendone l’opportunità, nemmeno chi abbia il fucile puntato contro di lui e può affidare la propria vita al suo Dio. Ogni vita è un valore assoluto, incommensurabile e non valutabile con criteri umani. In questa ottica si può giungere, coerentemente, a concepire il male come funzionale al bene. Al punto che si potrebbe sostenere che anche Giuda, in fondo, ha svolto un ruolo provvidenziale, permettendo a Gesù di coronare il disegno salvifico del Padre.
Ma il politico non può assolutamente attenersi a questa etica. Un uomo di Stato, per salvare molte vite, deve essere pronto ad assumersi la responsabilità di sacrificarne alcune.
Se, ad esempio, alcuni terroristi fossero sul punto di far esplodere un ordigno nucleare e le forze speciali li avessero sotto mira, un politico assennato non potrebbe certo decidere di non far sparare in nome dell’etica dei principi, rispettabilissima come abbiamo detto in ambito individuale, ma non per chi abbia responsabilità collettive. Non gli resterebbe, dunque, che assumersi la scomoda e pesante responsabilità di usare la forza, con l’unica limitazione di usarne la quantità minima necessaria per proteggere efficacemente la collettività.
B) Vi è un secondo gruppo di critici radicali del mezzo, di ispirazione marxista, che ritiene, su base ideologica, che l’unica violenza condivisibile sia quella rivoluzionaria e di classe. Quest’ultima, resa nobile dalla promessa del paradiso futuro del socialismo, è giustificata e anzi utile al cammino dell’umanità. Ogni altra forma di uso della forza non è mai priva di una venatura imperialistica, una volontà malefica di egemonia e di sfruttamento che deve essere combattuta radicalmente. La guerra, qualunque guerra, risulta essere, insomma, un mezzo inaccettabile, messo in atto solo per difendere gli interessi dei grossi gruppi industriali.
E’ questo il pacifismo che spianò la via ad Hitler, disarmando e ostacolando i possibili interventi, commisurati alle minacce rivolte dal tiranno alle potenze democratiche, fin dall’inizio dell’espansionismo nazista. Questa stessa ottica mise in dubbio anche la legittimità di stroncare eventi inauditi, per la collettività internazionale, come la pulizia etnica voluta da Milosevich.
Probabilmente, secondo questa linea di pensiero, se ci fossero oggi i campi di stermino degli ebrei, coloro che si assumessero la responsabilità di fare azioni militari per liberarli, sarebbero accusati di usare la forza solo perché gli ebrei sono ricchi e in grado di fare buoni affari con l’occidente!
E magari si conterebbero i morti causati nei lager dai bombardamenti dei liberatori per sostenere l’inammissibilità e la crudeltà dell’intervento!