Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 09/10/2003
“Quando il gioco si fa serio”
La Fortuna, come si sa, per definizione è cieca.
Eppure non lo è quasi mai secondo l’opinione di quasi tutti i giocatori d’azzardo, i quali riferiscono di avere la convinzione di essere stati almeno una volta “guardati”dalla dea bendata, non casualmente ma perché scelti e premiati secondo una misteriosa logica che loro prima o poi scopriranno.
E’questa la chiave di volta.
Essendo il caso che regola i giochi d’azzardo (di Alea, distinguendoli da quelli d’abilità), il giocatore, in teoria, dovrebbe essere in grado di riconoscerne l’imprevedibilità e, scoraggiato dalle leggi probabilistiche, prendere la cosa per quello che è e provare “a caso” a indovinare la combinazione giusta senza tanto accanimento, oppure in alternativa lasciar perdere addirittura.
Ma la realtà non è quasi mai questa. Le cose si complicano notevolmente quando il giocatore, negando l’ingovernabilità del caso, sceglie di giocare d’azzardo con la convinzione di riuscire, per tentativi e a sommo studio, a individuare la logica sottostante per prevedere e controllare il caso, quindi vincere. E così si convince sempre di più che “se si impegnerà seriamente nel gioco” sarà ricompensato dalla Fortuna. Anche senza conoscere le teorie dell’apprendimento è facile immaginare come un’eventuale vincita in questa fase possa fungere da potente rinforzo di questa personale teoria e favorire così il consolidarsi del comportamento azzardoso.
I giocatori possiedono veri e propri archivi in cui custodiscono numeri, formule, calcoli, oggetti, giornali, fogli di carta su cui basare le loro strategie di gioco, sostenendo di avere affinato un “metodo infallibile” per vincere. Dall’osservazione del comportamento e dei “rituali” dei giocatori abituali risulta evidente come questi siano portati ad attribuire le vincite a se stessi e alle proprie capacità di pianificazione, mentre le perdite al caso, alla malasorte o all’inezia di qualcun altro, con una spiccata tendenza a dimenticarsi presto dei fallimenti e ad intaccare invece il fucile per i successi.
E questo meccanismo si riscontra maggiormente nei giochi in cui si scommette sulla prestazione di qualcun altro (squadre, cavalli, macchine, etc..) in quanto quelle precedenti possono offrire spunti prognostici più realistici rispetto a giochi come i dadi o la roulette, ad esempio.
Affascinante. E’ incredibile la quota di autoinganno che gli esseri umani riescono a tollerare per amore del gioco (ma non solo) e per gratificare i loro impulsi, percepiti come improcrastinabili. Anche pagando tutto ciò a caro prezzo, in termini economici ma soprattutto esistenziali.