Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 12/02/2004
Ce la farò, magari domani...
Anno nuovo, gioco nuovo.
Augurando un felice inizio d’anno a tutti i lettori, e in particolare a tutti i patiti del gambling, vorrei ricominciare questa trattazione in bellezza, proponendovi un’accattivante riflessione su un aspetto davvero singolare, quanto apparentemente inspiegabile, che sembra caratterizzare la “carriera” di ogni giocatore d’azzardo che si rispetti.
Mi riferisco all’irresistibile impulso (compulsione) a giocare sempre più freneticamente in fase di perdita (o dopo una lunga sequenza di perdite), comportamento denominato “inseguimento”.
Questo curioso fenomeno, conosciuto da molti profani non di meno che dagli addetti ai lavori, nell’ambito del dibattito psicologico sul gioco è stato indagato soprattutto dalla psicoanalisi, che già quasi un secolo fa ne offrì interessanti interpretazioni (lo stesso Freud vi dedicò grande attenzione in Dostoevskij e il parricidio del 1928).
La pietra miliare delle teorizzazioni psicoanalitiche prodotte sull’argomento è rappresentata dal concetto di “masochismo”, per cui il giocatore d’azzardo sarebbe mosso da un inconscio desiderio di perdere, responsabile della sua proverbiale recidività e ostinazione. Secondo tali concettualizzazioni, componenti intrinseche all’esperienza del gioco quali l’angoscia legata al rischio, la tensione e la paura sono da considerare elementi regressivi della personalità, riflessi di tendenze masochistiche sorte nell’infanzia.
L’idea potrebbe sembrare completamente assurda e dunque cerchiamo di spiegarci meglio.
Il cosiddetto masochismo psichico, riscontrabile non solo nei giocatori d’azzardo ma in tutti coloro che inconsciamente sono portati a cercare l’umiliazione, la sconfitta o il rifiuto, trae le sue origini da stadi molto precoci dello sviluppo, in cui il bambino sperimenta una situazione di conflitto, provocato dalla necessità di assoggettarsi ai divieti e alle imposizioni genitoriali interferenti con il principio di piacere.
Ciò può suscitare in lui sentimenti di insofferenza e aggressività nei confronti delle figure genitoriali (chi di noi non li ha mai provati??!) che in questi soggetti sarebbero stati particolarmente intensi ma anche un conseguente senso di colpa associato all’angoscia di poter perdere le persone amate, a causa dei propri pensieri ostili, o la protettiva rassicurazione del loro amore.
La necessità di difendersi da tali sentimenti, avvertiti come inaccettabili per la propria coscienza e pericolosi per la propria sopravvivenza, porta il bambino (e più tardi anche l’adulto in fase regressiva) a rivolgerli contro se stesso, come unico modo per soddisfare contemporaneamente la propria aggressività e il proprio senso di colpa (che dalla prima deriva).
Si riesce così ad alleviare l’angoscia e a ristabilire una temporanea condizione di benessere.
In conseguenza di questa complessa dinamica psichica le emozioni e le sensazioni negative come il dolore, la colpa e la punizione sono convertite in piacere, con la probabile conseguenza che il soggetto sempre più spesso inizi a ricercare situazioni problematiche o punitive, piuttosto che evitarle.
CONTINUA
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