Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 22/02/2004
In questo articolo troverete la conclusione delle argomentazioni avviate in homo ludens 5
Se ripetuto e rinforzato, questo comportamento nevrotico può diventare un’abitudine in età adulta, fino a trasformarsi in vero e proprio bisogno, il bisogno di autopunirsi per trarne piacere.
Il giocatore compulsivo è incapace di riconoscere e distinguere l’elemento di sofferenza presente all’interno di quel fremere enigmatico, perché lo fonde e lo confonde con il piacere.
Mentre un qualsiasi individuo normale è portato, per tendenza naturale, ad evitare l’angoscia dell’incertezza, è proprio questa che questo enigmatico masochista ricerca giocando; una perenne tensione, un continuo spasmo psichico che, spesso, risultano assai più forti del semplice desiderio della vincita. La perdita può allora rappresentare, metaforicamente, la punizione per aver tradito la propria coscienza desiderando, dentro di sé, cose inaccettabili ed essa svolge la funzione di ristabilire un illusorio equilibrio psichico attraverso forme di pensiero magico. Infliggendosi la punizione, il giocatore nevrotico è in grado di placare temporaneamente il suo senso di colpa che però, riacceso dalle cospicue perdite, si riaffaccia imperioso e proprio esse, paradossalmente, invece di dissuaderlo lo incentivano ad espiare ancora tornando a giocare. Così la ruota continua a girare senza che si traggano insegnamenti dall’esperienza.
Il pensiero psicanalitico ha poi ulteriormente sviluppato e approfondito questo concetto nell’arco del secolo scorso per voce di numerosi suoi esponenti, scandagliando a fondo la dimensione autolesionistica del gioco.
In questa chiave sono state analizzate e ricollegate al gioco compulsivo anche le dinamiche edipiche (per cui il giocatore rincorrerebbe la perdita per espiare la propria colpa di voler eliminare la figura paterna), l’analogia simbolica fra gioco d’azzardo e pratiche masturbatorie infantili (per l’attività frenetica, la tensione e l’uso delle mani presenti nel gioco), e la presenza di fissazioni o regressioni a pulsioni sessuali pregenitali, tutti elementi che sono stati riscontrati, in misura variabile, nella biografia di molti giocatori compulsivi.
L’immagine del giocatore che, dopo aver perso una fortuna, non si arrende e, anche a costo di scommettere soldi rubati o prestati, continua a rincorrere e collezionare fallimenti, spinto da una forza interiore implacabile, conserva un grande fascino e, talvolta, al di là dello stupore e dello sgomento, ci fa un po’ sorridere con il suo ingenuo e incorreggibile: “Ce la farò, magari domani…”
Se ripetuto e rinforzato, questo comportamento nevrotico può diventare un’abitudine in età adulta, fino a trasformarsi in vero e proprio bisogno, il bisogno di autopunirsi per trarne piacere.
Naturalmente di ciò, il bambino problematico, divenuto adulto e incallito giocatore, non ne è cosciente.
Inconsciamente si sente spinto a giocare e a perdere per trovare quella punizione di cui è diventato schiavo. Ciò lo fa fremere di una emozione intensa a cui non sa più rinunciare.
Il giocatore compulsivo è incapace di riconoscere e distinguere l’elemento di sofferenza presente all’interno di quel fremere enigmatico, perché lo fonde e lo confonde con il piacere.
Mentre un qualsiasi individuo normale è portato, per tendenza naturale, ad evitare l’angoscia dell’incertezza, è proprio questa che questo enigmatico masochista ricerca giocando; una perenne tensione, un continuo spasmo psichico che, spesso, risultano assai più forti del semplice desiderio della vincita. La perdita può allora rappresentare, metaforicamente, la punizione per aver tradito la propria coscienza desiderando, dentro di sé, cose inaccettabili ed essa svolge la funzione di ristabilire un illusorio equilibrio psichico attraverso forme di pensiero magico. Infliggendosi la punizione, il giocatore nevrotico è in grado di placare temporaneamente il suo senso di colpa che però, riacceso dalle cospicue perdite, si riaffaccia imperioso e proprio esse, paradossalmente, invece di dissuaderlo lo incentivano ad espiare ancora tornando a giocare. Così la ruota continua a girare senza che si traggano insegnamenti dall’esperienza.
Il pensiero psicanalitico ha poi ulteriormente sviluppato e approfondito questo concetto nell’arco del secolo scorso per voce di numerosi suoi esponenti, scandagliando a fondo la dimensione autolesionistica del gioco.
In questa chiave sono state analizzate e ricollegate al gioco compulsivo anche le dinamiche edipiche (per cui il giocatore rincorrerebbe la perdita per espiare la propria colpa di voler eliminare la figura paterna), l’analogia simbolica fra gioco d’azzardo e pratiche masturbatorie infantili (per l’attività frenetica, la tensione e l’uso delle mani presenti nel gioco), e la presenza di fissazioni o regressioni a pulsioni sessuali pregenitali, tutti elementi che sono stati riscontrati, in misura variabile, nella biografia di molti giocatori compulsivi.
L’immagine del giocatore che, dopo aver perso una fortuna, non si arrende e, anche a costo di scommettere soldi rubati o prestati, continua a rincorrere e collezionare fallimenti, spinto da una forza interiore implacabile, conserva un grande fascino e, talvolta, al di là dello stupore e dello sgomento, ci fa un po’ sorridere con il suo ingenuo e incorreggibile: “Ce la farò, magari domani…”
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Dott.ssa Silvia Calzolari Via F.Cilea, 8 51016 Montecatini Terme Tel.0572/70497 E-mail: silviacalzolari@hotmail.com