Secondo William Irons, etologo comportamentale della Northwestern University, il lavoro di gruppo, vantaggioso per tutti e vitale in molte situazioni, potrebbe risultare, per il singolo che facesse il furbo, che si “imboscasse” mentre tutti gli altri faticano o rischiano qualcosa, ancora più vantaggioso e così, per imitazione, potrebbe esservi una deriva individualistica controproducente e disadattiva.
Secondo questo autore la religione ed i suoi riti costituirebbero un meccanismo sociale assai efficace per ridurre questa possibilità. Se vediamo i riti religiosi come una forma di comunicazione, all’interno della quale si dice, in modo non verbale ma efficacissimo:
“Guarda cosa sono disposto a fare della mia individualità, per dimostrare a tutti voi che potete fidarvi di me, sono pronto ad annullarla, a umiliarla, pur di accedere ad un sentire collettivo dove il mio sentire è il vostro e il vostro sentire diviene il mio” ecco che il mistero inizia a sciogliersi e a rivelare una sua razionalità profonda.
Il rito insomma ci dice che chi si sottomette, abdicando all’utile personale e perfino alla ragione individuale, mostra di credere e di identificarsi profondamente in quella fede che ha grande valore per il gruppo e che ne costituisce il collante e parte irrinunciabile dell’identità collettiva.
Al contempo si riesce ad eliminare chi non creda abbastanza da sottoporsi a tale svantaggioso comportamento, gli opportunisti e i profittatori.
Così si asserisce, spesso in un crescendo estatico di forza comunicativa:
“ Il mio interesse personale non esiste, sono pronto a dare anche la vita per tutti voi” ma, al contempo, si ottiene una rassicurante comunicazione speculare da parte di tutti gli altri appartenenti al rito, fino ad affogare la soggettività in un oceano indifferenziato assai simile all’onnipotenza originaria infantile.
Dr. Massimo Fochi









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