I riti e le religioni laiche (come il marxismo) riescono, alla prova dei fatti, assai peggio in questo intento fanatizzante, pur avendoci provato in vario modo.
Questo, probabilmente, è dovuto al fatto che l’esperienza di deindividualizzazione e di fusione con gli altri, ottenuta all’interno di una fede, si radica, oltre che sulle esperienze emotive, su credenze assolutamente inverificabili e dunque anche non falsificabili, mentre le fedi salvifiche di tipo laico possono essere messe in crisi da una serie di constatazioni empiriche che ne minano a poco a poco la credibilità e la capacità di penetrazione.
Dunque la religione è stata, e probabilmente resta, il più potente fattore psicologico per creare solidarietà su base emotiva all’interno di una sociètà che vi si coagula attorno. E’ però evidente che un tale tipo di solidarietà ha un costo ben preciso, l’identificazione di tutti coloro che non fanno parte della cerchia degli iniziati come dei sotto-uomini, infedeli e blasfemi, potenzialmente nemici.
Se così è, le guerre di religione non sono un deragliamento di senso, ma la logica conseguenza di una solidarietà nata su basi emotive e delimitanti. Esse dunque obbediscono alla logica originaria di definire un dentro, con cui identificarsi e fondersi, e un fuori, da combattere e magari annientare, logica (parzialmente) solidaristica in virtù della quale le religioni sono risultate vincenti.
Superare tutto ciò implicherebbe una secolarizzazione delle società umane ed una nuova solidarietà laica probabilmente più tenue ma certamente meno bisognosa di fanatismo per autoalimentarsi, che, purtroppo, molti popoli non sono ancora disposti ad accettare. nbsp;nbsp;
Dr. Massimo Fochi









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