Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 23/06/2005
Tre termini vicini semanticamente? Non sono però sinonimi.
Nel linguaggio di tutti i giorni si fa spesso confusione tra termini apparentemente molto simili ma che in realtà designano ambiti comportamentali assai diversi. Vorrei, a questo proposito, introdurre alcune distinzioni psicologiche per i termini aggressività, violenza e distruttività che, pur essendo talvolta compresenti in uno stesso atto, sono però concettualmente distinguibili.
L’aggressività è una dotazione istintiva innescata da eventi che risultino atti a scatenarla. E’ in genere interspecie (ma non sempre) ed è connessa ad eventi che abbiano un grande valore per l’individuo come ad esempio la difesa del territorio, la difesa della prole, la conquista del cibo o la conquista del dominio sociale.
La violenza è intraspecie, finalizzata al raggiungimento di un fine, ma può aversi, nel caso dell’uomo, anche nel caso sia sconnessa o non proporzionata allo scatenarsi della dotazione istintiva. L’esempio più chiaro potrebbe essere lo sganciare una bomba atomica su una città. E’ un gesto di violenza inaudita ma che non prevede necessariamente un tasso di aggressività istintuale nemmeno lontanamente proporzionale. Lo scopo dell’azione è, tuttavia, ben chiaro e razionalmente interpretabile.
La distruttività è invece un atto che sfoga in maniera cieca e indiscriminata l’accumulo di energia negativa, un urlo di impotenza fuso con un apparente ed estremo senso di onnipotenza, un “muoia Sansone con tutti i filistei” che infatti, non a caso, può concludersi con un suicidio. Può esprimersi anche con una uccisione di anonimi senza che sia rinvenibile un nesso tra vittima e carnefice, una apocalisse voluta quando ormai si ha l’impressione che tutto sia perduto e che l’unica soluzione sia distruggere, per quello che si può, il mondo e tutte le sue regole.