Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 07/07/2005
Vediamo come i giovani possano giungere a scoprire nella violenza una risposta alle loro insicurezze.
E’ davvero strano come un singolo possa giungere a trasformasi fino a subire una vera e propria metamorfosi quando si trova in gruppo.
Assistiamo a qualcosa di veramente sorprendente, come se perdesse, del tutto o in parte, la propria personalità per dare origine ad una unità funzionale più ampia, ad una personalità collettiva. Talvolta è proprio l’etica individuale che muta e il branco può far suoi principi, norme e valori che l’individuo, preso singolarmente, non riconosce come propri. Si potrebbe dire che le singole soggettività si fondono per dare origine ad un super-aggregato che può avere caratteri abnormi o perfino mostruosi. Anche se il singolo, ad esempio, aborrisce la morte, può accadere che in gruppo il suo senso del giusto e non giusto, del bene e del male si indebolisca fino a perdersi completamente e così divenga possibile compiere atti inusitati e incredibilmente violenti.
Tutto ciò è tanto più possibile quanto più il singolo è debole, incerto, immaturo, bisognoso dell’appoggio di altri per rafforzare una propria personalità vacillante. Tanto più si è impauriti della vita tanto più si può rispondere diventando reattivamente violenti. L’insicurezza trova un puntello nel vedersi riconoscere un ruolo, una identità nel branco.
Trovano così una soluzione, in un compromesso delirante, il senso di vuoto, di impotenza, l’incapacità di lottare, di competere costruttivamente con gli altri e talvolta persino la monotonia che il soggetto si trova a vivere nella vita di ogni giorno, con la smania narcisistica di essere “qualcuno”, di sentirsi “qualcuno”. L’impotenza individuale sente come soluzione l’apparente onnipotenza del gruppo e spinge il soggetto a cercare ogni via per non distaccarsi più da questa gratificante, condizionante e pericolosa sensazione.