Gli esempi che potremmo fare sono infiniti: ogni essere vivente, per esistere, deve nutrirsi di altri viventi; ogni maschio che desideri una femmina deve competere con i suoi simili per ottenerla; ogni campione olimpico deve riuscire a superare innumerevole prove e agguerriti rivali per raggiungere la sua meta; insomma la vita è in ogni suo aspetto competizione e sviluppo di conflitti, talvolta divertenti, talvolta drammatici, talvolta tragici.
Ovviamente l’ambito delle relazioni umane non sfugge a questa ferrea regola e il tentativo di azzerare la conflittualità e la competizione sociale (nella forma ad esempio della lotta di classe) si è potuto tentare, sul terreno politico, solo con il dispiegarsi di una violenza ed in ultima analisi di conflittualità elevatissime, probabilmente superiori a quelle che si presumeva di poter vincere e superare.
Tuttavia è evidente che non è né utile né vantaggioso abbandonarsi passivamente al conflitto di qualunque natura esso sia e che il valore della solidarietà umana (per poter vincere però sempre in altri tipi di conflitti e tensioni come ad esempio i disastri naturali, le malattie, le invasioni di altri popoli ecc.) è un grande, importante e nobile scopo sia per l’uomo singolo che per l’umanità nel suo insieme.
Dunque, preso atto che il conflitto è per sua natura, almeno in qualche sua forma, ineludibile, ci possiamo chiedere in quali occasioni, in ambito relazionale, esso risulti talmente doloroso da costituire un problema psicologico.
Per incamminarci lungo la strada della gestione positiva dei conflitti relazionali, potrebbe essere utile distinguere, come componenti separate presenti in qualsiasi strettoia esistenziale, due aspetti:
1. Il problema.
2. Il disagio (in parte collegato al primo e in parte al nostro passato).
Dr. Massimo Fochi









Anteprima del commento