Cosa deve fare la società in risposta ad omicidi come quello del piccolo Tommaso?
A cura di Dr. Massimo Fochi
Pubblicato il 03/01/2007
Lo svuotarsi di senso nella melanconia
Partendo dall’ipotesi ardita, ma non improponibile, di un rapporto oggettuale privo di ambivalenze, quale colpa è documentabile nel lutto? L’ambivalenza probabilmente non costituisce soltanto un connotato attuale di certe modalità affettive, ma un potenziale proprio di ogni affetto, in altre parole la disponibilità dei moti affettivi (anche “puri”) a convertirsi nel loro contrario. E proprio questa disponibilità viene confermata dalla parola “ambivalenza”. Essa infatti eredita dal termine VALIDUS i coesistenti significati di “forte, energico, impetuoso, violento”. Ma potendosi dare una sospensione dell’investimento, l’energia è convertibile nei due valori alternativi della produttività e della distruttività. Ma a questo punto le cose si spiegano agevolmente perché in una prospettiva di onnipotenza del pensare magico-arcaico, tipico dei processi inconsci, è possibile distinguere il segno di questa “valenza” affettiva, riconoscendola direttamente dagli effetti che opera sul reale. Allora chi muore, nella prospettiva di che resta, può sembrare che ci lasci perché non sufficientemente amato, perché l’amore non è riuscito a proteggerlo e dunque non si può e non resta che riconoscerci dolorosamente colpevoli. Anche per il melanconico sembra che avvenga qualcosa di simile. Infatti talora un lutto non risolto può scatenare una depressione, ma per lo più il depresso non sa con precisione quando e cosa sia andato perduto in lui. Possiamo dire che nella depressione ciò che riguarda la perdita non è inesistente: è inconscio. Mentre nel lutto il mondo si fa vuoto e insignificante, nella melanconia è il soggetto stesso che si è impoverito e svuotato. I già ricordati significati di MELAOS = nullo, vano, inutile, sono denotativi di questo stato.