
Luigi Dell’Aglio sull’Avvenire intervista Sherwin B. Nuland professore di chirurgia alla Yale School of Medicine (New Haven, Connecticut).
«Le condizioni del malato negli ospedali diventeranno più umane quando il medico, in particolare il chirurgo, abbandonerà l’atteggiamento di assolutismo, narcisismo e freddezza, e sarà capace di empatia e di maggiore compassione; anzi quando riscoprirà quel ruolo che io chiamo “pastorale” e che deve manifestarsi soprattutto quando il paziente non può guarire». E rivolto ai colleghi e chirurghi «Dovete guardare in voi stessi, per arrivare a conoscere il tormento del malato, e aiutarlo»……
“L’ansia dei medici deriva dalla loro paura della morte?”
“Una ricerca dell’University of Southern California rivela che i medici hanno una forte paura della morte. Più di quanta ne abbia la popolazione sana e persino lo stuolo dei pazienti. La malattia incurabile del paziente e il senso di fallimento scatenano nel medico un’ansia straordinaria che può indurlo a distaccarsi (inconsapevolmente) dal malato, anzi addirittura ad abbandonarlo dal punto di vista psicologico, a lasciarlo come un diseredato». ”
…..
«È l’umiltà, non l’orgoglio, che ha fatto andare avanti la scienza. Ricordo un episodio degli inizi della mia carriera. Curando un giovane in gravissime condizioni, notai che la patologia era troppo complessa e speciale per non configurare un “caso nuovo”. Corsi dal primario, che era il grande medico svedese Gustaf Elmer Lindskog. Mi lasciò parlare, non raffreddò il mio entusiasmo. Poi mi invitò a prendere in biblioteca un vecchio libro di medicina, lo aprì e mi fece leggere: lo stesso caso era descritto dal chirurgo francese Ambroise Paré. Anno 1575». ”
”Nei suoi libri, lei si chiede spesso: ma i medici agiscono nell’interesse del paziente oppure soddisfano proprie esigenze?
«In un documentario della Bbc, un paziente chiedeva al dottore: “Lei fa questo per me, oppure lo faccio io per lei?”. Ecco la questione. Noi dovremmo fare per i nostri pazienti soltanto ciò che serve ad alleviare le loro sofferenze. La chiave è l’empatia: io debbo immedesimarmi nel paziente, calarmi nei suoi pensieri, nei suoi stati d’animo. Partecipare alla sua sofferenza. Queste sono le armi più efficaci nell’alleanza terapeutica medico-paziente. Questa è l’arte della medicina. E io sostengo che a trarne beneficio sarebbero gli stessi medici. Del resto, non possiamo comprendere gli altri, se non capiamo noi stessi. Soltanto così possiamo vincere le loro naturali incertezze e angosce».”
fonte nbsp;Luigi Dell’Aglio sull’Avvenire intervista Sherwin B. Nuland professore di chirurgia alla Yale School of Medicine (New Haven, Connecticut)

Diceva M.H.Erickson sulla morte:
Un bel giorno, come un vecchio calesse sgangherato mi spaccherò in due. Ma fino a quel giorno sono fermamente intenzionato a tenere duro”.
nbsp;“Tutti noi cominciamo a morire fin dall’istante in cui nasciamo, alcuni muoiono prima di altri, tutto quello che possiamo fare è goderci la vita.”
“E chi lo dice che devi portare a compimento qualcosa? Niente è mai realmente portato a compimento sino a quando siamo vivi.”
nbsp;
L’idem sentire, il percorrere la stessa strada o quel tratto di stradanbsp; insieme, l’esperienza condivisa, il calarsi nell’altro,nbsp; sono i cardini della Psicoterapia Ericksoniana,nbsp; in un atteggiamento mentale che nei suoi risvolti pratici può addirittura lasciare sconcertati ma l’animo umano quando si rivela agli altri non deve mai dare sconcerto ma significare soltantonbsp; profonda compassione e partecipazione.
In una recente seduta dissi ad una madre e a una figlia
“guardate io dovrei essere l’ultimo a parlare della famiglia perché il mio bilancio è assolutamente negativonbsp; ma proprio perché è assolutamente negativo che mi permetto di parlarne affinchè questo sia unnbsp; modo per non ripetere quegli errori,affinché gli errori commessi dagli altri ci diano una falsa riga sulla quale comporre al meglio la nostra vita.
Su unanbsp;brutta nbsp;canzone,nbsp; su unanbsp;brutta musica voi potete mettere le note più belle e scrivere i vostri testi più appassionanti.
Io non voglio che voi non commettiate errori, perché solo commettendo errori personalmente si capiscono le cose ma voglio solo fornirvi degli spuntinbsp; di semplice riflessione su quei possibili errori e indicarvi tutte le altre strade possibili”
Era questa che intendeva Erickson per rapport,
due anime o più anime alla stessa altezza che si parlano e comunicano le loro emozioni, in una emozione condivisa ma che poi secondo la sensibilità di ognuno divergerà verso i rispettivi porti, per ognuno diversi, ma terapia è anche questo la condivisione di un sogno e la partecipazione e comprensione di quel sogno, anche se quel sogno, per ognuno di noi, è differente.
Riproduzione riservata Gilberto Gamberini
foto riprodotte a fini didattico educativo
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