
E’ lunedì 3 maggio 2004. Mi Sveglio con la consapevolezza di un
anno di più sulle spalle di una personalissima esistenza e con la malinconia di
chi è portato alla riflessione da una ricorrenza. Un giorno strano, uno di
quelli in cui in bocca assapori, tuo malgrado, un gusto dolceamaro. Un momento
in cui capisci di esserti incamminato lungo la via delle responsabilità e del
dovere, un istante in cui davanti a te scorrono le immagini di quello che è
stato e il presagio di quel che sarà.
Tra le poche certezze che spulcio dall’elenco della mia
immaginazione, ritrovo la mia passione per questa squadra e, del resto, il
tifoso che, al mio pari, con essa ha stretto legame di sangue, mi capirà. La
Sampdoria non è solo una un agglomerato di uomini, una bandiera, un coro, una maglia. E’ un sentimento che
trascende la ragione e sfiora con delicatezza le corde del cuore. E’ un alito di
vita nei momenti bui, la compagnia delle tue solitudini, la certezza domenicale,
l’esempio alla lotta. E’ la
trasposizione di ogni conflitto che mi rode dentro. E’ lo specchio di un modo
d’essere, il mio, che strizza l’occhio all’imprevedibilità ed elogia la follia,
la prontezza nella caduta e l’orgoglio nel rialzarsi. Tu mi riassumi, pazza
Sampdoria. E, in fondo, l’augurio che in questo giorno di personale festa faccio
a me, anche a te trasmetto. Dalle sconfitte si impara a vincere e mai, come
accennò il poeta Fabrizio, si vide nascer fiore dal diamante.
Nel marasma del mio tentennare, la mia voce, sicura e forte, ti
accompagnerà. Del resto, non abbiamo mai smesso di farci compagnia.
Mr Kite









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