Sviluppo Italia

Come la lista P2 coi nomi dei raccomandati RAI, Mediaset, Sviluppo Italia...

Franco Bechis per “Italia Oggi”

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Alla fine ce l’ha fatta. Domenico Arcuri, il dinamico amministratore delegato di Sviluppo Italia (da qualche mese ribattezzata Agenzia), è riuscito a portare a lavorare con sé come dirigente il giovane e bravo Gabriele Visco. Per alcuni mesi nell’estate scorsa l’aveva chiamato come consulente (per 46 mila euro da luglio a settembre), poi il rapporto si era interrotto, rischiando di reinserire il manager in quell’esercito di bamboccioni mal sopportati dal ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa. Un rischio per fortuna scongiurato: ci sarà un bamboccione in meno. Anche se non troppo lontano da casa: Gabriele è il figlio di Vincenzo Visco. Sviluppo Italia è controllata al 100% dal ministero dell’economia.

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Formalmente non scatta il conflitto di interessi, perché se l’azionista unico di Sviluppo Italia è lo stesso ministero di cui papà Visco è viceministro, la delega sugli indirizzi di gestione spetta al ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, che a sua volta ha affidato l’incarico al suo viceministro, Sergio D’Antoni. Sicuramente Gabriele Visco avrà le caratteristiche professionali necessarie all’incarico, e già dopo le prime polemiche sulla consulenza affidata Arcuri aveva spiegato di conoscere personalmente il giovane manager e di averne potuto apprezzare le qualità in passato quando si erano incontrati ognuno dei due lavorando per un’azienda privata. Ma certo non ci sono stati megafoni ad amplificare una notizia che qualche rilievo politico o per lo meno di costume, sembra avere. L’avrebbe in qualsiasi paese del mondo.

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Per noi è stato difficile se non quasi impossibile verificarla nell’ultima settimana, anche se l’avevamo appresa casualmente da fonte assai qualificata. Stefano Sansonetti, il nostro giornalista che da settimane conduceva un’inchiesta sulle consulenze dello Stato e delle società controllate e sulla scarsa trasparenza che ancora le circonda, ha provato a percorrere la strada maestra, telefonando direttamente alla società. L’ufficio stampa ha sostenuto di non potere essere utile, non avendo possibilità di verificare questo tipo di informazioni. E si è dovuto aggirare in una selva di no comment, di mezze ammissioni, di affermazioni “non ufficiali”, perfino invitato a rivolgersi ai sindacati “che di solito queste cose le sanno”.

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Non male per chi è tenuto dalla legge alla più assoluta trasparenza. Ma d’altra parte anche sulle consulenze Sviluppo Italia comunica un po’ quel che vuole. Qualcosa ha messo sul proprio sito Internet - come dice la legge - la capogruppo, molte società controllate e quasi tutte le società regionali invece rimandano a un chiarimento interpretativo sulle norme stabilite dalla finanziaria del 2007 su cui evidentemente non è riuscito in più di un anno a fornire lumi il ministero dell’Economia.

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Alla fine sono stati assai più utili e trasparenti in questi giorni i vari centralinisti di Sviluppo Italia, che non solo hanno provato inutilmente a passare Gabriele Visco al telefono (non c’era come la maggiore parte dei dirigenti del gruppo), ma alla bisogna hanno fornito l’interno e perfino la qualifica in azienda come riportata sul loro elenco telefonico aziendale.

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Se si basa sulla predisposizione dei centralinisti la trasparenza tanto vantata dal governo e dalla pubblica amministrazione, temo che le polemiche sulla casta e le successive promesse di cambiamento abbiano prodotto risultati assai scarsi. Basta leggersi le tre pagine di inchiesta che oggi pubblichiamo su cosa avviene negli Stati Uniti nel cuore della campagna elettorale per le presidenziali che stanotte ha avuto il suo primo significativo test nello Iowa. Mentre qui bisogna arrangiarsi alla meglio per strappare qualche notizia, negli Usa ogni minimo particolare del presidente in carica, del suo staff, dei suoi familiari, dei candidati alla successione con relativo staff e famiglia e in pari modo di ogni membro del congresso è esposto al pubblico non volontariamente, ma in base a una legge federale.

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Non solo: tutto è verificato da una apposita commissione indipendente (la Fec) che rende immediatamente pubblici i risultati dell’esame. George W. Bush è stato costretto a dichiarare di avere ricevuto dal cantante Bono in regalo un banale Ipod così come ogni movimento finanziario (acquisto o vendita di azioni) compiuto da lui e da membri della sua famiglia. La senatrice Hillary Clinton è tenuta a pubblicare i nomi di tutti gli esponenti del suo staff che, recandosi in un qualunque posto dell’America per tenere una conferenza hanno ricevuto gratuitamente un passaggio aereo.

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Ogni tre mesi viene aggiornata anche questa lista, con l’indicazione di chi ha usufruito del piccolo benefit, del valore economico dello stesso, con tanto di nome del benefattore. Qualsiasi membro del congresso americano, oltre a tutti i movimenti finanziari che direttamente o indirettamente lo riguardano, è obbligato a rendere pubbliche tutte le linee di credito concesse. Perfino se si tratta di una carta di credito rateale. Prima, durante e dopo le elezioni…

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Dagospia 04 Gennaio 2008

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http://www.osservatoriosullalegalita.org/03/inchiesta/00forest.htm

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Scandalo Onlus a Genova: l’accusa è associazione a delinquere

Il sito del magazine Vita fornisce i primi aggiornamenti sulla triste vicenda avvenuta a Genova, che coinvolge il mondo della solidarietà e del sostegno a distanza.

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Corrado Oppedisano, presidente del Centro di Cooperazione Sviluppo Italia, associazione che si occupa di iniziative a favore dei paesi del terzo mondo, nonché portavoce del Forum Sad, è stato arrestato questa mattina all’alba dai Carabinieri di Genova. Con lui sono stati arrestati il dirigente generale Simone Castellini e il tesoriere Marco Curzi. L’accusa è di associazione a delinquere finalizzata all’ appropriazione indebita di fondi destinati alla beneficenza per scopi umanitari.

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E’ in corso una perquisizione della Guardia di finanza presso la sede dell’associazione. Dopo un’indagine durata un anno, gli inquirenti hanno dimostrato la presenza di un conto svizzero personale di 200mila euro (intestato al Curzi), presso cui confluiva parte dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo in Mozambico e in altri paesi dell’Africa.

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«Questa notizia ci ha sconvolti, siamo in attesa di avere notizie più precise» afferma Vincenzo Curatola, portavoce del Forum Sad, il Forum nazionale del Sostegno a distanza di cui faceva parte il CCS e di cui Oppedisano è l’altro portavoce.

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(fonte: Vita.it)&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;

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IL GIORNALE

Centosessanta. Almeno fino a ieri, almeno quelle già comunicate. Tante sono, 160 appunto, le disdette finora giunte al «Centro coordinamento sviluppo», la Onlus umanitaria che si occupa di adozioni a distanza e che è stata di fatto «decapitata» da un’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere il presidente Corrado Oppedisano, il tesoriere Marco Curzi, e il segretario generale Simone Castellini con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla distrazione di fondi destinati ai bambini del Terzo mondo. L’associazione sta ricevendo chiamate di ogni tipo da parte di molti dei 23.000 «genitori adottivi» che hanno scelto di sostenere a distanza i bambini fidandosi dell’opera di questa Onlus che opera da 18 anni in cinque Paesi in via di sviluppo. «C’è chi ci chiama insultandoci e considerandoci tutti ladri - spiega Paola Brandolini, responsabile delle sede genovese -. Ma anche chi ha capito che non è l’associazione a essere marcia e ci invita a tenere duro in questo momento difficile.

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Lettera di Milena Gabanelli (“Report”) al “Sole 24 Ore”

Caro direttore, il 3 settembre scorso leggo sul suo giornale la bella intervista di Mariano Maugeri al nuovo amministratore delegato di Sviluppo Italia, Domenico Arcuri. Rimettere Sviluppo Italia sui suoi binari credo sia oggi una operazione molto complessa, ma non impossibile se affidata a uomini capaci e determinati.

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Come giustamente dice Maugeri, il tempo ci dirà se Arcuri è l’uomo giusto. Certamente è un uomo che sa dove ha messo i piedi. Durante la conferenza stampa del 5 luglio ha detto di aver ereditato una farsa. Al suo giornale ha dichiarato «mentre accadeva tutto questo dov’erano la politica, il sindacato, i mass media? Nessuno ha tentato di capire cosa accadesse in una società che faceva acqua da tutte le parti con i soldi dei contribuenti».

Il punto è proprio questo: i soldi dei contribuenti. Il signor Arcuri certamente non ignora che qualche contributo all’informazione “Report” lo ha dato, poiché il viceministro con delega su Sviluppo Italia, Sergio D’Antoni, nel mese di marzo ha dichiarato alla nostra telecamera: «Ho visto la trasmissione, avete fatto un atto di denuncia. Ne abbiamo tenuto conto, tanto da provvedere alla

D’Antoni si riferiva alla nostra inchiesta trasmessa ad ottobre 2006, nella quale si documentavano gli orrori ereditati da Arcuri. Bene, il risultato di quella denuncia è stata una citazione per danni per 5 milioni di euro da parte di Sviluppo Italia. Qualche mese dopo cambiano i vertici, ma la causa va avanti.

D’Antoni sa come andavano le cose là dentro, e alla domanda «Abbiamo detto qualcosa di sbagliato?» la risposta è: «No, assolutamente». Allora, mi chiedo, per quale ragione il signor Arcuri permette che si continuino a spendere i soldi dei contribuenti per pagare gli avvocati in una causa contro la Rai e due giornaliste che non hanno fatto altro che il loro mestiere, ovvero fornire quelle informazioni che, sempre secondo Arcuri, latitavano.

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È importante prendere posizione su questo punto, altrimenti si legittima il sospetto che fra nuova e vecchia dirigenza ci sia ancora un legame molto solido: il comportamento intimidatorio verso quella stampa che mette il naso dove non dovrebbe, salvo poi reclamarne l’assenza quando conviene.

Infine un fatto allarmante. Arcuri nell’intervista al suo giornale dichiara: “Pongo come condizione quella di continuare a lavorare con il ministro Bersani. Sappiate che quando farà le valigie, me ne andrò dietro di lui». Ma Arcuri è un manager e Bersani un politico! I loro destini dovrebbero essere subordinati solo ai risultati. A meno che Sviluppo Italia, nonostante gli intenti sbandierati, non abbia nessuna intenzione di diventare “impresa”, ma preferisca continuare a servire le clientele.

&#nbsp;06 Settembre 2007

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Mariano Maugeri per il Sole 24 Ore

L’esordio era stato di quelli col botto, con frasi a effetto: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». A Domenico Arcuri, una carriera in continua ascesa tra la Luiss di Roma (dove prima si è laureato e poi ha insegnato) e un lungo cursus honorum tra le società di consulenza Arthur Andersen e Deloitte, è toccato l’ingrato compito di trasformare in una vera azienda quel polpo dai mille tentacoli che è Sviluppo Italia, la società di proprietà del Tesoro che avrebbe dovuto avere due sole missioni: attrarre imprese straniere e favorire la nascita di nuove aziende. Troppo facile. In poco meno di un quinquennio Sviluppo Italia è diventata una conglomerata con 181 società e 492 amministratori.

Al 43enne Arcuri il compito di fare pulizia. Un’attività alla quale se n’è aggiunta un’altra silenziosa, quasi carsica: l’assunzione di nomi eccellenti, figli di ministri che secondo un galateo etico e di buon senso dovrebbero stare alla larga da una società pubblica.

Il primo a varcare le porte di via Calabria, quartier generale di Sviluppo Italia, è stato il nipote di Sergio Mattarella, deputato dell’Ulivo, ex ministro della Difesa e fratello di Piersanti, il presidente della Giunta regionale siciliana ucciso dalla mafia. Il suo nome è Bernardo, come il nonno paterno, che fu ministro della Repubblica nei Governi Pella, Fanfani e Scelba. Bernardo junior è stato assunto alla direzione Finanza con un contratto da dirigente. Arriva con lo stesso ruolo che ricopriva a Banca Nuova, il gruppo siciliano emanazione della Popolare di Vicenza, dov’era dirigente alla Pianificazione.

Altro nome eccellente è quello di Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, attuale viceministro dell’Economia e, come tale, uno dei controllori di Sviluppo Italia, anche se tecnicamente la delega dell’Agenzia è nelle mani del ministero delle Attività produttive.
Gabriele è un esperto di telecomunicazioni, fino a qualche mese fa in forza a Telecom Italia, dove approdò ai tempi di Colaninno.

A volerlo è stato il solito Arcuri, da cui dipende direttamente, anche se per il momento non ha potuto offrirgli nulla di più di un contratto di consulenza. Due acquisti che creeranno qualche grattacapo al neo amministratore delegato e al presidente del consiglio di amministrazione Nicolò Piazza, palermitano purosangue prescelto dal viceministro Sergio D’Antoni, il vero deus ex machina del riassetto di Sviluppo Italia.

Diversa sorte è stata riservata a Crescenzio Costa, figlio della seconda moglie del ministro per le Riforme e l’Innovazione, Luigi Nicolais.

Dopo 18 mesi di contratti a tempo determinato tra Roma e Napoli, il giovane Crescenzio è stato inserito tra i 319 interinali che Arcuri ha deciso di non rinnovare. Se sia stata la trappola del cognome a tradire il figlio acquisito di Nicolais nessuno sa dirlo. Certo è che Sviluppo Italia, indipendentemente dalle maggioranze che governano il Paese, sembra uno dei rifugi prediletti per i figli e nipoti di politici con tre quarti di nobiltà ministeriale.

&#nbsp;16 Agosto 2007

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Politica e spese-Il caso

Se «Sviluppo Italia» è «Sviluppo Parenti»

In Calabria l’agenzia conta 34 assunti tra figli, fratelli e consanguinei. Di destra e di sinistra


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«Sviluppo Parenti»: tanto varrebbe chiamarla così, la società Sviluppo Italia. Almeno in Calabria. Tra i dipendenti di quella che doveva essere una specie di nuova Iri «ma più moderna, agile ed efficiente» per rilanciare il Sud attirando investimenti esteri, figurano infatti decine di figli, cognati, sorelle, cugini e parenti vari di politici, sindacalisti, giudici. Assunti senza concorso, per chiamata diretta. E decisi a sostenere bellicosamente d’essere stati assunti per brillanti meriti professionali.

Che la società, al di là della pomposità manageriale della «mission» dichiarata («L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa è impegnata nella ripresa di competitività del Paese, in particolare del Mezzogiorno») sia diventata un carrozzone non è una novità. Lo sostiene il Sole 24 Ore che ne ha chiesto la chiusura perché «sbaraccare sarebbe un segnale di svolta più forte di qualunque riforma annunciata». E lo ha ammesso perfino l’amministratore delegato Domenico Arcuri: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». Basti ricordare che, in attesa del drastico riordino annunciato, il gruppo è oggi un arcipelago di 181 società dotato di 492 amministratori, in larga parte legatissimi alla politica. Nelle sole «controllate» siedono 168 consiglieri di amministrazione, 93 sindaci e 78 membri degli organismi di vigilanza per un totale di 339 persone. Quanto ai dipendenti, sono 1.719, organizzati in maniera folle: il 63% negli «staff» e solo il 37% nelle «linee», da dove vengono i ricavi. Per non parlare delle gerarchie che, come ha scritto sul quotidiano economico Nicoletta Picchio riprendendo la denuncia dello stesso Arcuri, sono eccentriche: «Un dirigente governa due quadri, tutti e tre comandano 5 impiegati».

C’è poi da stupirsi se, stando ai dati Luiss Lab, Sviluppo Italia ha attratto investimenti stranieri nel triennio 2003-2005 per un totale di 297 milioni di euro contro i 760 veicolati in un solo anno, nel 2005, dalla omologa di Dublino che potremmo chiamare «Sviluppo Irlanda»? Dentro un quadro come questo, che ha spinto i vertici a giurare su una svolta netta con una riduzione del personale degli «staff» dal 63 al 20 per cento, un taglio di 601 dipendenti e una radicale ristrutturazione delle strutture periferiche, la Calabria merita una messa a fuoco. Se la Sicilia ha due sedi a Palermo e Catania, la Puglia una più due «incubatori» e la Campania ancora una più due «incubatori», l’assai meno popolata Calabria ne ha cinque. Quattro sedi a Cosenza, Crotone, Reggio e Vibo Valentia più un «incubatore» a Catanzaro. Come mai? Tutto «merito», dicono affettuosi gli amici e critici gli avversari, di quello che è stato il patriarca calabrese della società: Francesco Samengo. La cui biografia merita qualche riga perché rappresenta plasticamente le contraddizioni della macchina pubblica. Venti anni fa venne infatti passato allo spiedo dagli ispettori mandati dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi a capire come diavolo avesse fatto la «Carical» (Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania), a lungo feudo della Democrazia cristiana e pilastro d’una politica spendacciona e clientelare, a inabissarsi in una voragine di mille miliardi di debiti. Saltò fuori di tutto.

Mutui accordati per pagare assegni protestati. Altri accordati accendendo due o tre ipoteche sulla medesima casa. Conti in rosso da incubo tollerati in base a «una buona impressione soggettiva ». Fidi da tre miliardi di lire dati per «finanziamento campagna pesche e pomodori » a un tipo che assicurava (e nessuno controllò se fosse vero) che avrebbe avuto un contributo europeo. Prestiti astronomici concessi «in attesa incasso contributo della Regione Calabria» nonostante fosse stata accertata «l’inesistenza della contabilità interna» del cliente. Una gestione scellerata. Che sfociò in un tormentone processuale evaporato tra rinvii e assoluzioni, rinvii e prescrizioni. E in una causa civile, con richiesta di danni per 80 milioni di euro, contro vari amministratori tra i quali appunto Samengo. Allora ras della banca a Cassano Jonico. Dove una casalinga (Angelina Lione) era arrivata ad avere un mutuo dando in garanzia «costruzioni abusive» e a ottenere finanziamenti vari, secondo Bankitalia, «denunciando un patrimonio netto di 4,3 miliardi esistente solo nella sua mente». Altri, in Paesi seri, sarebbero stati spazzati via. Samengo no. E dopo qualche anno di apnea, grazie all’appoggio dell’Udc («io non ne so niente di niente», giurò Giulio Tremonti) si ritrovò nel 2002 promosso ai vertici nazionali di Sviluppo Italia da quello stesso Stato che da lui avanzava i soldi della Carical. Bene.

Ricostruito il quadro, il giornale La Provincia Cosentina ha sparato nei giorni scorsi a tutta pagina un’inchiesta di Gabriele Carchidi. Con un elenco di 34 «assunzioni clientelari riconducibili ai politici di destra e sinistra, uomini di legge e dirigenti ». Figli, nipoti, cognati, cugini… Ed ecco Nerina Pujia, figlia del potente ex parlamentare della Dc Carmelo. Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale diessino Enzo. Cecilia Rhodio, figlia dell’ex presidente regionale democristiano Guido. Paola Santelli, sorella dell’ex sottosegretario alla Giustizia e oggi deputata azzurra Jole. Marco Aloise, candidato sindaco per An a Paola nel 2003. Luigi Camo, figlio dell’ex senatore ulivista Geppino, oggi presidente della Sorical. Giovanna Campanaro, nipote dell’ex deputata democristiana e oggi «loierista» Annamaria Nucci (ora assessore comunale a Cosenza) e dell’ex assessore regionale Giampaolo Chiappetta.

E poi ancora Andrea Costabile, nipote dell’ex assessore regionale e attuale senatore Udc Gino Trematerra. Ed Emilio De Bartolo, assessore comunale diessino di Rende, figlio dell’ex assessore ed ex preside della Facoltà di Economia all’Unical Giuseppe. E Giada Fedele, moglie del casiniano vicepresidente del Consiglio regionale Roberto Occhiuto. E Sandro Mazzuca, assunto con la moglie Fausta D’Ambrosio per la felicità dello zio acquisito Pino Gentile, consigliere regionale azzurro. E Antonio Mingrone, nipote dell’ex deputato forzista G. Battista Caligiuri. EGiovanna Perfetti, figlia dell’ex consigliere regionale buttiglioniano Pasqualino. E via così. Qualcuno, seccato, s’è precipitato a precisare. Paola Santelli assicura che l’assunzione è precedente all’elezione della sorella Jole in Parlamento. Il senatore mussiano Nuccio Iovene che suo fratello Daniele lavorava da anni «alla Società per l’imprenditoria giovanile» assorbita da Sviluppo Italia. Altri hanno fatto spallucce. Macché scandalo, così fan tutti…

Gian Antonio Stella

04 agosto 2007


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Risanare prima di tutto. E magari assumere anche qualche nome eccellente. Come quelli, segnalati dal Sole-24 Ore, di Gabriele Visco e Bernardo Mattarrella. Domenico Arcuri è stato chiamato alla guida di Sviluppo Italia, società privata del ministero del Tesoro con una missione da svolgere: fare pulizia, tagliare qua e là per mettere a dieta una struttura, quella della holding di Stato, “elefantica” per stessa ammissione del manager laureato alla Luiss.

Libertà di azione per l’ad di Sviluppo Italia dunque. Anche se scorrendo la lista dei nomi dei nuovi assunti qualche dubbio verrebbe. Uno si chiama Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, viceministro dell’Economia e come tale uno dei controllori di Sviluppo Italia. Gabriele è un esperto di comunicazione e fino a pochi mesi fa lavorava in Telecom Italia. Per lui un ricco contratto di consulenza. L’altro si chiama Bernarndo Mattarrella, nipote di Sergio, parlamentare ulivista ed ex ministro della Difesa. Per lui un contratto da dirigente nella divisione Finanza, ruolo che prima ricopriva a Banca Nuova. I curricula ci sono: nulla da obiettare. Ma sono sempre figli, nipoti di ministri che dalla cosa pubblica dovrebbero tenersi ben lontani: non per demeriti, ma per bon ton. Qui invece succede il controllato assume addirittura il figlio del controllore. E poi i nostri governanti si lamentano se dei giornalisti li chiamano casta….

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18-2-2000 La banda del buco
a SVILUPPO ITALIA ?

“L’industriale napoletano Umberto Di Capua, presidente di Abb-Italia e vicepresidente dell’Assolombarda, sarà il nuovo numero uno di Sviluppo Italia (la società, al 100% del Tesoro, che doveva far ripartire lo sviluppo nel Sud)”. (IlMessaggero, 17 Febbraio 2000).






Nel consiglio entrano anche Vincenzo De Bustis, amministratore della Banca del Salento (da poco assorbita dall’Mps di D’Alema), e Giuseppe Vita, (Deutche Bank), presidente della Sharing di Berlino.
“A questi si aggiungerà poi, con una






Sviluppo Italia
E’ la nuova “Cassa del Mezzogiorno” voluta da Bertinotti per dare l’ok alla legge Treu sul lavoro in affitto e alla finanziaria da 100.000 miliardi, organizzata da Ciampi, nominata da D’Alema appena dopo la caduta di Prodi.


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speciale deroga alla norma istitutiva che lo vietava, un rappresentante del Dipartimento Sviluppo del ministero del Tesoro.
Restano al loro posto invece gli amministratori Dario Cossutta (figlio di Armando) e Carlo Borgomeo (ex-segretario della Cisl)”.
Nei giorni scorsi si erano dimessi il presidente di Sviluppo Italia, Patrizio Bianchi, prodiano, il vice presidente della Confindustria ed ex-dirigente Fiat Carlo Callieri (papabile per il dopo-Fossa), e ancor prima Mariano D’Antonio.

§&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; Umberto Di Capua
è presidente di Asea Brown Boveri (Abb) Italia, gruppo elettromeccanico svizzero-svedese, e fino a un mese fa ne era anche l’amministratore delegato.
_____ Di Capua
, che assieme al nuovo incarico “pubblico” manterrà quello di presidente di Abb, ha recentemente sollecitato il governo a privatizzare e deregolamentare “tutti i settori (dall’energia elettrica ai telefoni al gas) in maniera molto determinata” (IlSole24ore,22-12-1999), insistendo in modo particolare sulle centrali dell’Enel.
_____ Non a caso “Abb Italia aveva manifestato nei mesi scorsi un interessamento per la dismissione delle centrali elettriche dell’Enel, nell’ambito del processo di liberalizzazione del mercato”…
Di Capua ha stigmatizzato … i tempi lunghi del procedimento, ma ha ribadito l’interessamento per le centrali di Piacenza e Casella(IlSole24ore,9-4-1999).

____ Umberto Di Capua e’ stato ininterrottamente amministratore delegato di Abb dal settembre 1990 al 13-1-2000, e ora ne è il presidente. precedentemente era stato per dieci anni a capo della Itt industrie riunite e ancora prima alla Sgs, alla Fiat e alla Ercole Marelli, dove e’ stato amministratore delegato.

____ Umberto Di Capua, in “quota” ai prodiani, è uno dei firmatari dell’appello pro-Romiti dopo la condanna per tangenti inflitta all’ex-presidente della Fiat dal Tribunale di Torino;
durante tangentopoli Di Capua, chiamato in causa dal vice presidente di Abb Ivo Braglia, fu arrestato (1993), ma ne uscì indenne. Abb in alcuni processi patteggiò con i giudici il versamento di alcuni miliardi: per la MM, ad esempio, se la cavò con 1miliardo e 924milioni (L’Indipendente,15-3-96).


Mazzette
Confindustria e Sviluppo Italia

.”Le imprese a capitale estero che operano in Italia sono disponibili ad aiutare Sviluppo Italia(IlSole24ore,14-8-99).

Presidente di questi “benefattori”, riuniti nel “Comitato Tecnico Imprese Multinazionali di Confindustria“, è Domenico Ferraro, vice presidente di Alcatel Italia.
“Ecco le proposte del Comitato: accompagnare i vertici di Sviluppo Italia … in tutte le sedi mondiali dove vengono date le indicazioni al grande capitale su dove investire …” (IlSole24ore,14-8-99).

Il 28-5-1993 Lomoro Giuseppe, braccio destro di Parrella, confessa a San Vittore di aver ricevuto da varie aziende 60 miliardi di mazzette, finite poi nelle tasche dei partiti di tangentopoli, e fornisce a Di Pietro anche gli estremi delle operazioni bancarie. Tra gli altri (Pirelli, Olivetti, Sirti, Italtel, Aet, Marconi, Siemens, Ericson, Fatme, ..) parla di “Alcatel in persona di Ferraro prima e Gulemani poi complessivamente la somma di circa 7 miliardi con versamento estero su estero oltre a una parte in Italia“, e di “Telettra in persona di Palieri e Viola complessivamente la somma di circa 3 miliardi e 300 milioni“.
Palieri, interrogato a Torino dal PM dott. Sandrelli il 27-1-’96, confermò mazzette a Lomoro in Svizzera per 5 miliardi.

La Telettra nel 1990 è passata dalla Fiat all‘Alcatel, ove Ferraro era amministratore delegato e Palieri presidente (dal ‘91 al posto di Mattioli).

·&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; Domenico Ferraro attualmente è membro della Giunta della Confindustria e presidente dell’Associazione nazionale telecomunicazioni dell’Anie (vice presidente è Salvatore Randi che a suo tempo come Italtel versò a Lomoro “la somma di 3 miliardi e 800 milioni”).
Ferraro ad aprile ‘99 è stato nominato “tesoriere dell’Anie, con delega specifica per il coordinamento degli affari finanziari del sistema Anie” ( ! ).

·&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; Raffaele Palieri dal ‘91 al ‘95 è stato presidente dell’Anie, l’associazione nazionale delle industrie elettrotecniche ed elettroniche della Confindustria che ha sede presso la Fiera di Milano; vice-presidente era Umberto Di Capua

·&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; Moltissime aziende dell’Anie erano coinvolte in tangentopoli, tanto da far pensare (mazzette Enel, FS, telefoni, ecc..) a un vero e proprio sistema pianificato dall’alto.


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Giuseppe Vita
è a capo del consiglio di amministrazione della Schering, multinazionale farmaceutica tedesca, presso la sede centrale di Berlino. Manterrà tale incarico.






____Vita, nato a Favara (AG) nel 1935, e’ entrato nell’allora gruppo chimico Schering nel ‘64 e non lo ha piu’ lasciato salendo tutti i gradini della gerarchia aziendale. Diventò presidente del gruppo Schering (nel giugno del 1989, dopo aver diretto la filiale di Milano) e amministratore delegato.

____ Giuseppe Vita nel maggio del 1998 è stato nominato presidente della Deutsche Bank in Italia;
è inoltre diventato membro del consiglio di sorveglianza della Continental Ag (pneumatici), della Bewag Ag (elettricita’ di Berlino), e della Herlitz. E’ stato anche membro della beirat (comitato di esperti dei vari settori industriali) di Commerzbank Ag, a Francoforte;
nel ‘90 è stato nominato Cavaliere del lavoro da Cossiga.

§&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; Vincenzo De Bustis

Vincenzo De Bustis, dirigente romano, è dal ‘94 direttore generale della Banca del Salento, assegnata 3 mesi fa al Montepaschi di Siena (controllato dai DS) dal “libero” mercato comandato da Re Fazio (governatore della banca di Lorsignori) nel quadro della spartizione tra Fiat, Cuccia-Romiti, Bazoli, Unicredit, Banca di Roma e MpS.

Carlo Borgomeo
Napoletano, 52 anni, dal 1986 è presidente dell’ Ig spa, societa’ pubblica per l’imprenditorialita’ giovanile, istituita sempre nel 1986 da De Michelis e da De Vito per gestire la legge 44 (agevolazioni per la nascita di nuove imprese promosse da giovani tra i 18 e i35 anni);
oggi si occupa anche della legge sul “prestito d’onore”, oltre a iniziative di “sostegno” alle piccole e medie imprese.

Borgomeo è -con Cossutta- amministratore delegato di Sviluppo Italia con la delega alla gestione del personale.


Deutche Bank Italia

Deutsche Bank Spa (Italia) e’ nata nel ‘94 dopo che la Banca d’America e d’Italia (acquistata nell’86) ha rilevato il controllo della Banca Popolare di Lecco, che e’ stata incorporata. Deutche Bank Spa ha comprato nel ‘95 Finanza e Futuro, società che gestisce fondi (anche pensione), e ha poi creato una serie di societa’ operanti in Borsa, come la Sim della banca, nei fondi immobiliari e nel ramo vita.

Giuseppe Vita -che ne era già vice presidente- nel ‘98 è stato nominato presidente di Deutche Bank Italia, con Carl von Boehm-Bezing vice presidente e Gianni Testoni amministratore delegato.

La tedesca Deutche Bank, con presidente Rolf Breuer, è la prima banca del mondo dopo l’acquisto con 20.000 miliardi di lire della Bankers Trust (ottava banca americana), e recentemente ha costituito la Db Investor a cui fanno capo partecipazioni azionarie del valore di 42.000 miliardi di lire (19.000 miliardi per il 12% di Daimler-Chrysler della quale è prima azionista, 13.000 miliardi per il 9,4% di Allianz, 7.000 miliardi di lire per il 10% di Munich Re); è nel patto di sindacato della Fiat, mentre -pur avendo una grossa presenza in Comit- è esclusa dalla gestione di Banca Intesa perchè ora, insieme ad Agnelli, si contrappone a Cuccia.

Il consigliere del presidente del Consiglio D’Alema per la finanza e la multimedialità è Davide Corritore,
amministratore delegato di Deutsche Bank Fondi fino al maggio ‘98.

Dario Cossutta,
figlio di Armando, nominato 1 anno fa nel consiglio di amministrazione di Sviluppo Italia, dal luglio ‘99 ha fatto l’amministratore unico di Investire Italia; un mese fa, dopo la recente riorganizzazione, è stato nominato -assieme a Carlo Borgomeo- amministratore delegato di Sviluppo Italia con la responsabilità di tutta la parte amministrativa e finanziaria.
_____ Dario Cossutta da più di 10 anni è direttore della “banca d’affari” della Comit di Cuccia e Romiti (e ora di Bazoli): compravendita di aziende e di pacchetti azionari a fini speculativi, collocamento di società in Borsa, privatizzazioni (tra le altre, è

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Pubblicato il venerdì 11 gennaio 2008 in: IL VOSTRO GIORNALE

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