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Racconti, articoli e poesie

Un solitario a scacchi

A cura di Valentino Sani

Pubblicato il 03/01/2002

Racconto di Danzio Bonavia

foto intervento Racconti scacchistici

Un solitario a scacchi

di Danzio Bonavia

Proprio non pensavo che la vita fosse così. Non è come l'immaginavo. Come speravo che fosse.
Giocando a scacchi pensavo alle conseguenze che potevano avere le mie mosse. I miei gesti.
Il modo in cui muovo è il mio carattere di gioco. Riflette la mia indole.
Vivo, faccio delle mosse, e penso. Penso alle conseguenze. Cerco la mossa giusta per non soffrire. Per non far soffrire. Per non perdere la mia partita. Per non chiudermi con le mie stesse mosse. Tipo quando mi trovo costretto ad arroccare e a portare indietro il mio attacco per difendere.
Ho imparato che si può difendere dietro, anche attaccando e spostandosi solo davanti. Costringere, portare l'altro a fare le mosse che voglio.
Non muovere la regina intorno al re per difenderlo, con poche altre pedine, finché mi chiudono e perdo. Disperato.
Non faccio che rallentare la mia sconfitta.
La vita è come questa partita. Quadretti bianchi, quadretti neri. Il mio spazio. Lo spazio degli altri. A ogni azione, a ogni gesto, una conseguenza.
Io non voglio perdere.
Ho cominciato a immaginare la mia vita come una partita a scacchi contro tutti. Su un tavolo, dentro la mia testa, la scacchiera è sempre schierata.
Gioco più partite contemporaneamente. Penso a ogni mia singola mossa. Seduto a un tavolo. Dentro la mia testa. Gioco con me stesso. Fuori mi vedo dall'alto, come fossi una pedina. Ma la mia pedina!
Penso: "Vediamo ora cosa gli faccio fare in questa situazione. Come la posso muovere."
E mi vedo davvero. Mi vedo dall'alto come se fossi un personaggio di un giochino. Provo a immaginarmi ripreso da una telecamera.
Le stanze, il marciapiede, le vie e tutti gli ambienti in cui cammino sono divise da quadrettini. Un'azione, una mossa, un gesto e una conseguenza.
Mi vedo come attraverso una telecamera.
So che ogni mio gesto porta ad una reazione ad una mossa dei miei avversari. Condiziona le loro scelte. E io condiziono i loro gesti.
Le mie mosse possono scegliere anche per gli altri. Non, fare solo il mio gioco. Ho imparato che posso costruire un gioco interamente controllato da me.
Le persone si preoccupano delle mosse degli altri. Io non voglio pensarci minimamente. Le blocco in tutte le loro possibilità. Costruisco il mio gioco. Faccio mosse pensando solo alle mie di conseguenze. Senza farmele viziare. Rischio.
Un giorno stavo parlando con l'amministratore del palazzo. Pedone davanti alla regina, apre di due. Il suo comportamento era oltremodo affettato. Compiacente. Il suo pedone della regina veniva avanti di due. Il gioco si bloccava. Ad ogni mossa. A volte ci sono situazioni di circostanza, talmente convenzionali, che è come se non ci potesse essere gioco. Ad ogni mossa ne corrisponde una speculare dell'avversario. Come per evitare il confronto. Finisce che nessuno si vuole scomporre e si crea una partita finta. Senza agonismo. Un rapporto vuoto. Fatto di interessi momentanei.
Davanti a me, queste persone odiose sono solite fare un gioco, quello è il loro comportamento. Ma dietro hanno un altro gioco, quello vero. Da cui dipendono le loro vere mosse nascoste. Quello è il loro atteggiamento. Non hanno il coraggio di mostrarlo. Avversari che giocano sporco. Avversari finti. Con cui è facile chiudere le partite.
".chi non fa mosse pur di non fare sbagli.".
Restare fermi è uno sbaglio. Rinunci a giocare. Fai salire l'insofferenza ai tuoi avversari, ma ti eliminano facilmente. Non ti vogliono più.
Ma questa non è la vita che avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto poter vivere senza dover lottare. Di continuo. Con tutti. Spesso per niente. Solo per non perdere.
Gioco a scacchi per riflettere sui miei gesti. Nella vita.

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