Intervista a Michele Larotonda - IV - Sulla regia

Nuova intervista esclusiva al regista di "Nemesi" e di "Sangue", presentato all'ultima edizione del MilanoFilmFestival.

H. - Quali sono gli spazi immaginari nei quali più ami muoverti quando scrivi e giri cinema?

L. - Non ho spazi immaginari. Io parlo della realtà, mi circondo, della realtà. L’ho detto una volta proprio al MilanoFilmFestival, che mi piace molto andare al supermercato, confondermi con la gente e immaginare storie.

H. - Qual è il tuo rapporto con la troupe?

L. - Per me il fare cinema è come stare in una grande famiglia, e condividere con le persone la mia passione è un’esperienza fantastica. Neruda diceva che un uomo senza passioni è un uomo destinato a morire. Io, che condivido la mia passione con altre persone, non posso essere destinato a morire. E poco importa se il mio film non viene visto dal grande pubblico. A me rimane la grande soddisfazione di aver vissuto un’esperienza che, nel bene e nel male, mi ha segnato.

H. - Che cosa ci puoi dire dell’aspetto meramente tecnico del tuo modo di fare film?

L. - Io amo il digitale, come Lars Von Trier, anche se non amo Lars Von Trier e non accetto tutte le regole del suo ‘dogma’. Credo che nel digitale ci sia il futuro del cinema e credo che molti registi, prima o poi, si convertiranno a questo nuovo sistema. Il futuro è qualcosa che tutti temono, ma non si può dire che non ne siamo affascinati.

H. - Un po’ come Soderbergh?

L. - Anche l’ultimo film di Salvatores è girato in digitale… (pausa) Un mio amico (sorride)… Un mio carissimo amico e io una volta eravamo a cena a casa sua e mi ha detto che Salvatores è il Soderbergh italiano.

H. - Come definiresti il lavoro del regista cinematografico?

L. - Un lavoro con tanta responsabilità, perché credo fermamente che, se il film non viene concluso, non è solo colpa degli attori, ma spesso un regista può condizionare moltissimo l’intera operazione.

H. - Qualcuno una volta disse che un regista è una persona che ha solo il tempo di pensare ai suoi problemi. Tu quindi non concordi?

L. (ride) - Posso chiederti chi l’ha detto?

H. - Ingmar Bergman, mi pare…

L. - Allora capisco la domanda… Perché è uno che pensa solo ai suoi problemi….! E li filma, anche!

(risata generale)

L. - Comunque, credo che i registi siano persone normalissime e che molti di loro sappiano anche vivere.

H. - Che cosa intendi per saper vivere?

L. - Intendo dire che non sono persone problematiche. E adesso te ne darò la dimostrazione. Anche per i registi, prima o poi, ci sarà la livella. Questo l’ha detto Totò.

(segue)

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Pubblicato il lunedì 03 ottobre 2005 in: Le interviste

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