
Il film nasce dalla memoria della gente d’Irlanda. Abbiamo raccolto testimonianze nelle campagne, racconti di famiglia, gli anziani ci hanno mostrato i luoghi degli scontri tra i partigiani dell’esercito improvvisato e i soldati mandati da Churchill, le grotte in cui si nascondevano, le case in cui si riunivano. Paul ed io abbiamo scoperto violenze e atrocità che ignoravamo. Non bastano le scuse di Gordon Brown di mesi fa per i crimini dell’impero britannico, ci vorrebbe una rilettura della Storia dalla parte dei paesi che, come l’Irlanda, hanno subito devastazioni e massacri.
La storia di Damien e Teddy è emblematica della realtà di tante famiglie divise su fronti opposti. Una guerra civile comporta scelte drammatiche e bisogna ricordare che spesso sono ragazzi di vent’anni a farle. E nei conflitti si svelano personalità diverse, Damien, il medico che sceglie gli ideali repubblicani, non accetta di dipendere ancora dagli Inglesi dopo i crimini ai quali ha assistito e combatte per l’indipendenza totale, Teddy è un soldato che diventa politico, spera di conquistare la libertà senza più violenza. Personalmente non saprei dire da che parte avrei deciso di stare se, a vent’anni, mi fossi trovato davanti alla loro scelta.
All’inizio ho avuto una serie di attacchi da parte della stampa. Sul Times per esempio un politico di destra che ha una sua rubrica mi ha paragonato a Leni Riefensthal come nemico dell’Inghilterra, su The sun il titolo era “fiancheggiatore dell’Ira”. Poi è uscito il film, sono finiti gli attacchi, anzi sono uscite buone critiche un po’ ovunque. In Irlanda c’è stata una risposta incredibile, il film è stato oggetto di incontri, per i giovani è stata una scoperta, per gli anziani l’occasione di raccontare storie sepolte nella memoria. Ma anche in Inghilterra è andato molto bene, forse è il mio maggior successo commerciale. E pensare che è stato il mio progetto più sofferto, ci sono voluti dieci anni per realizzarlo, nessuno ci credeva, è una storia scomoda, fastidiosa per gli inglesi. Sono molto grato al festival di Cannes, il premio è stato utile a superare la diffidenza e gli ostacoli che in genere incontrano i miei film in patria.
Io sono critico verso il potere britannico ma non ho nulla contro i miei concittadini e, per fortuna, ce ne sono molti che la pensano come me. “Hidden agenda” era un film sull’Ira e sul terrorismo recente in Irlanda del Nord, la conoscenza di quello che è accaduto negli anni Venti aiuta a capire perché ci si è arrivati, tutto è cominciato da lì. E il tempo di raccontare le lotte contro eserciti invasori è sempre giusto, le invasioni accadono sempre, anche oggi.
Americani e britannici hanno invaso un paese con una guerra ingiusta, illegale, basata su menzogne. La situazione è sempre più tragica, le cifre sui morti sono spaventose e il problema per Bush e per Blair è come uscirne. Lo sconcerto e il disagio si avvertono ogni giorno sulla stampa inglese. Giornali come The Guardian e The Indipendent, sempre contrari alla guerra, oggi dimostrano come la presenza dei soldati americani e inglesi rendano la situazione peggiore ogni giorno di più. I giornali di destra, sostenitori del conflitto, adesso scrivono che si deve “finire il lavoro” ma anche che bisogna andarsene il più presto possibile.
C’è sempre un rapporto tra gli ideali forti e la violenza, quando si crede in valori essenziali come la libertà la lotta per affermarli non può che essere cruenta, soprattutto quando dall’altra parte c’è un’oppressione che usa ogni mezzo, compresa la tortura. Ma nel film non ho cercato la spettacolarità della violenza, ho cercato di raccontarla come dolore, come tragedia inevitabile.
(Ken Loach)
Dichiarazioni rese durante un’intervista rilasciata a Maria Pia Fusco
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